Bonaiuti verso i Beni culturali ROMA Dopo mille voci di corridoio, ormai è sicuro. Le dimissioni di Sandro Bondi sono già da giorni nelle mani di Silvio Berlusconi. L'attuale ministro per i Beni e le attività culturali, per formalizzarle e annunciarle, sta solo aspettando il via libera del presidente del Consiglio «nel quadro del rafforzamento del governo», ovvero del rimpasto. Proprio la stessa frase che Bondi usò per la prima volta il 18 dicembre 2010 con il Corriere della Sera: «Mettere a disposizione il mio ruolo a favore di un rafforzamento o comunque di un ricambio del governo sarebbe per me un sollievo per adempiere al meglio alla mia vocazione politica e intellettuale» Il desiderio di Bondi (tornare al suo lavoro politico ma senza esigere altro spazio, fa sapere l'interessato) verrà esaudito nei prossimi giorni. Il ministro lascerà il prestigioso studio di via del Collegio Romano (vuoto da metà dicembre) e tornerà al PdL Il suo unico desiderio, fa sapere a chi gli è vicino, è rimettersi a lavorare a tempo pieno al fianco di Berlusconi e sostenere la sua azione politica. Però, e Sandro Bondi tiene a farlo sapere, non cercherà nuovi incarichi né vorrà ottenere un peso maggiore nel Pdl. Che Bondi stesse lasciando si sapeva da tempo. Almeno dalle durissime polemiche seguite al crollo della Domus del Gladiatori del 6 novembre 2010. La notizia rimbalzò su tutti i quotidiani del mondo. Pd e Italia dei Valori chiesero immediatamente le dimissioni di Bondi e annunciarono la presentazione di una mozione di sfiducia individuale. Lui, il ministro, reagì duramente: «Non mi dimetto. E non merito la mozione di sfiducia individuale. Sono un ministro sotto accusa per il crollo di un tetto in cemento armato costruito negli anni 50, ma nessuno si ricorda dei "no" che ho detto per fermare scempi e abusi come il Pincio». Ma poi proprio la mozione di sfiducia individuale ha trasformato Bondi, almeno per un giorno, in eroe del Pdl: nonostante il voto favorevole alle dimissioni di Pd, Italia dei Valori e del «terzo polo» il 26 gennaio la Camera ha bocciato la richiesta con 314 no, 292 si, 2 astenuti. Una vittoria netta del centro-destra con un distacco di 22 voti. Clima eufonico nel centrodestra, grande soddisfazione per-sonale di Berlusconi, aria di forte sconfitta nell'opposizione. Nelle ore immediatamente successive al voto si parlò di un ripensamento. In realtà Bondi non ha mai cambiato idea. Ha continuato a sentirsi «interiormente lontano» da un incarico che gli aveva provocato un dolore per la forte personalizzazione degli attacchi ricevuti. Che se ne sarebbe andato si era capito il 13 gennaio quando Gianni Letta presentò alla stampa, a Palazzo Chigi, l'accordo tra ministero dei Beni culturali e Comune di Firenze. Bondi avrebbe potuto sfruttare l'intesa anche dal punto di vista dell'immagine. Ma scelse di non farlo. Al suo posto c'era il sottosegretario Paolo Bonaiuti, che tutti danno come successore al Collegio Romano. Il doppio incarico Sandro Bondi è ministro della Cultura dall'inizio della legislatura. Alla fondazione del Pdl, nel marzo 2009, è stato nominato coordinatore del partito insieme a Denis Verdini e Ignazio La Russa Le polemiche Dopo i crolli nell'area archeologica di Pompei, le opposizioni hanno presentato una mozione di sfiducia individuale. II 26 gennaio la Camera l'ha respinta con 314 voti contrari, 22 in più di quelli favorevoli di centrosinistra e terzo polo. Un risultato che ha rafforzato la maggioranza di governo Il ritorno Già prima della prova in Parlamento, a dicembre, il ministro aveva spiegato al Corriere di voler emettere a disposizione, il proprio incarico per dedicarsi al partito
L'addio al governo di Bondi. Con il rimpasto tornerà al Pdl Dimissioni nelle mani di Berlusconi
Il ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, ha deciso di dimettersi e ha già consegnato le sue dimissioni al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La decisione è stata annunciata dopo mille voci di corridoio e dopo una serie di polemiche, tra cui il crollo della Domus del Gladiatori a Roma. Bondi aveva già espresso il desiderio di lasciare il suo incarico e di tornare al suo lavoro politico, ma non aveva chiesto un rimpasto al governo. La sua dimissione è stata accettata da Berlusconi e il ministro lascerà il suo studio di via del Collegio Romano per tornare al PdL.
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