Mai come nel 2010 il box office del cinema italiano è stato ricco. Mai come nel 2010 si è assistito ad una ripresa tanto rapida dell'affluenza di visitatori nei musei italiani. Due fenomeni distanti che tuttavia hanno un elemento in comune. La progressiva ritirata dello Stato. I tagli imposti dalla manovra finanziaria hanno fortemente ridotto i finanziamenti pubblici all'attività culturale. Per settimane abbiamo sentito le lamentele di artisti, intellettuali, attori, registi. Tremonti è stato accusato di ogni turpitidine. Gli è stata anche attribuita una definizione di dubbio gusto: «Con la cultura non si mangia». La frase, ammesso che sia mai stata pronunciata andrebbe un po' corretta. «La cultura per dar da mangiare non ha bisogno di fondi pubblici». E valga il vero. I dati Cienetl dicono che i film italiani hanno incassato, nel 2010, il 48 in più dell'anno precedente. Gli spettatori sono saliti del 46. I film prodotti sono passati da 131 a 141. Un autentico miracolo visto che, solo pochi anni fa si parlava del cinema italiano come di un malato terminale. Una resurrezione forse non casuale. L'anno scorso infatti i fondi pubblici si sono dimezzati fermandosi a 46 milioni. Contemporaneamente sono cresciuti gli investimenti privati: da 258 a 277 milioni ( 7,3). Un dubbio: non è forse questa la chiave del successo? I privati che avanzano, lo Stato che si ritira. Ad avvalorare questo ragionamento quanto avvenuto nei musei. Il nuovo direttore generale dei Beni Culturali è Mario Resca la cui carriera professionale si è sempre svolta nell'ambito dell'industria privata. Per esempio è stato il manager che ha portato Mc Donald's in Italia Il suo arrivo al ministero ha dato una scossa in direzione dell'efficienza. I risultati si vedono. Nei primi sei mesi del 2010 il numero dei visitatori nei musei italiani era salito di 2 milioni a 93 milioni. Questo vuol dire che anche gli elementi più delicati del patrimonio pubblico, a cominciare dai musei, potrebbero beneficiare di una prospettiva privatistica. Una cosa è infatti vincolare determinati beni, che nel caso dei musei o delle opere d'interesse nazionale significa, sostanzialmente, garantirne la pubblica fruizione. Altra negare la possibilità di uno sfruttamento imprenditoriale degli stessi. Anzi, uno dei maggiori problemi dello scenario attuale risiede proprio nelle opportunità che vengono perse, negando la possibilità di un'applicazione della creatività imprenditoriale a questi spazi e a questi luoghi.