Su un blocco lavico l'iscrizione che riapre il dibattito sul binomio pretorio-antica cattedrale Le indagini archeologiche svolte in luoghi legati in vario modo ai martiri della chiesa sono indubbiamente affascinanti, ma i dati che se ne traggono appaiono spesso insufficienti, persino ambigui, soprattutto per le aspettative alimentate dalle tradizioni locali. D'altronde, si tratta di siti in cui lo sconvolgimento subìto nel corso dei secoli (a causa della stessa fortuna devozionale) è oggi da ostacolo a soddisfacenti ricostruzioni, siano esse storiche o monumentali. Si pensi agli archeologi che hanno lavorato per quasi dieci anni nelle cripte vaticane. La vasta necropoli romana, che costituisce (insieme ai resti costantiniani) il "piano" su cui poggia la Basilica di san Pietro, ha infatti posto interessanti interrogativi. Circa sedici secoli stratificati insieme, "sigillati" sotto il più recente assetto cinquecentesco e testimoni oggi della tradizione sugli ultimi giorni di Pietro, giustiziato in quel luogo - occupato allora dal Circo di Nerone - e poi sempre lì sepolto. La conferma della tradizione fu data dal rinvenimento del graffito inciso su un intonaco parietale che ricordava l'esistenza del corpo dell'apostolo. Un episodio fortunato, più unico che raro, testimone di secoli di attaccamento al luogo del trapasso, sacro e tragico allo stesso tempo. Naturalmente il dubbio rimane (ne è prova il lungo dibattito allora scaturito) e il graffito costituisce prova di una tradizione ben radicata, ma non dell'evento oggettivo. L'esempio romano è applicabile a molte altre realtà in cui l'edificazione monumentale ha stravolto (e preservato) luoghi delle memorie cristiane, siano esse dimostrabili o apparenti. Il martirio di Agata - prescindendo dai suoi contestati natali - è già anticamente connesso a Catania, all'Anfiteatro romano, al pretorio del governatore Quinziano e alle sue carceri. Sono tutte localizzazioni compiute da autori piuttosto tardi, ma che d'altra parte trasmettono la convinzione di memorie ancora più antiche. Dunque, luoghi tradizionalmente "sacri" e in virtù di questo anche precocemente occupati e delimitati. Nel caso etneo tre edifici di culto hanno tutelato il sottosuolo del sacrificio, legittimando per secoli la controversa trama degli Atti dei martiri: a valle la chiesa di San Biagio, al di sopra il Sacro Carcere e infine sant'Agata la Vetere, cioè l'antica cattedrale, sorta nel punto più alto. Tre chiese raccolte in fila, che ritagliano lo spazio, disegnando la direttrice del tragico e del sacro, lungo le pendici dell'antica acropoli. Una collaudata tradizione memorialistica ha da sempre alimentato l'idea che il pretorio romano - sede del governatore e luogo in cui Agata fu processata e torturata - sia stato poi inglobato dalle strutture della prima cattedrale. Il secolare binomio "pretoriola Vetere" ritorna oggi a interessare: l'evoluzione urbana e monumentale - sulla scorta delle prime cartografie cittadine - fa qui da sfondo alla difficile ricostruzione del primo assetto edilizio, quando ancora il piano della Vetere e quello del Sacro Carcere risultavano in "simbiosi" strutturale e in rapporto al vicino Anfiteatro. Si tratta di ipotesi naturalmente, nulla è certo, ma il binomio continua di fatto a sopravvivere, a non essere smentito e trova nuova fortuna nella pubblicazione Memorie antiche, curata da Stefania Di Vita e Veronica Zappalà. Nuove e vecchie chiavi di lettura sono qui proposte e rivisitate, anche grazie ai recenti dati archeologici e alle inedite ricostruzioni d'archivio. Nel volume - patrocinato dal rettore della Vetere, Ugo Aresco - le autrici sfogliano la tradizione locale, ricompongono con determinazione i frammenti del possibile, del mito agatino, delle eruzioni e dei suoi terremoti. La pubblicazione sarà presentata alla Vetere e per l'occasione sarà esposta una nota iscrizione latina, incisa su di un blocco lavico, scoperta da Ignazio Paternò Castello proprio entro la chiesa agatina. Nell'epigrafe è citato Rubrius Proculus, duoviro di Catania romana, la cui carica istituzionale spinge le autrici a riconsiderare l'originaria collocazione del documento, connettendolo all'area dell'antico pretorio. In programma anche l'intervento di Kalle Korhonen, docente dell'Università di Helsinki e già autore di una completa raccolta sulle collezioni epigrafiche catanesi. Dopo quasi 250 anni, l'iscrizione sarà dunque esposta laddove fu trovata dal Biscari, il principe archeologo fondatore del celebre Museum di antichità cittadine.
Agata e l'epigrafe di Proculus
Un blocco lavico con un'iscrizione latina è stato scoperto nella chiesa di Sant'Agata a Catania. L'iscrizione cita Rubrius Proculus, un duoviro di Catania romana, e potrebbe essere collegata all'area dell'antico pretorio. Le indagini archeologiche sugli siti legati ai martiri cristiani sono spesso insoddisfacenti e ambigue, e la tradizione locale può essere influenzata dalle aspettative e dalle tradizioni. L'esempio di Catania è applicabile a molte altre realtà in cui l'edificazione monumentale ha stravolto luoghi delle memorie cristiane.
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