In un qualsiasi altro Paese, meno ricco del nostro di beni culturali, quel furto sarebbe diventato un caso nazionale. E invece nella nostra Italia, così strapiena di tesori d'arte, e soprattutto in questa Roma in cui ogni angolo è un gioiello architettonico e in cui tanti (troppi?) palazzi contengono straordinarie gallerie pittoriche, il furto dell'ostensorio cinquecentesco di Santa Maria in via Lata è già quasi dimenticato. Roba da un milione di euro, per dirla in termini commerciali. Approdando ad altri ordini di valutazione, il valore diventa immenso: mezzo millennio di devozione popolare non ha alcun prezzo possibile. Questo è solo uno dei mille esempi che rendono indispensabile procedere, in un'epoca come la nostra ormai dominata dall'informatizzazione, a una accurata catalogazione dei beni culturali conservati nelle chiese romane. Non c'è altro modo per difendersi dai furti d'arte che rendere impossibile il loro smercio sul mercato clandestino internazionale. Come insegnava Federico Zeri solo una scheda ben fatta, corredata da un'immagine inequivocabile, può far arrestare un ladro e permettere il ritorno di un'opera laddove era stata trafugata. Ma Zeri, purtroppo, non ha visto i nostri giorni e quindi ignorava le mille potenzialità della schedatura digitale: ogni dettaglio diventa visibile, l'identità del pezzo sicurissima. Proprio per queste ed altre ragioni sembra surreale la storia che qui accanto ci racconta Lilli Garrone. Magari tutto si risolverà in poco tempo, o forse l'intera vicenda sarà inciampata nel tradizionale tranello burocratico: speriamo che sia così. Una cosa è sicura. Non è immaginabile pensare che un'impresa tra le più urgenti e giuste per la salvaguardia del nostro patrimonio (proprio la catalogazione digitale delle prime 100 delle 2.000 e più chiese di interesse storico-artistico, alle quali vanno aggiunti 1.500 istituti religiosi di pari valore) venga bloccato senza una ragione. Stando alla ricostruzione della fondazione culturale «Paolo di Tarso», ormai c'era il via libera generale: Consiglio dei ministri, Corte dei Conti, un'esclusiva progettuale concessa dal cardinal vicario Camillo Ruini, atti notori perfezionati, cinque ministeri coinvolti nell'iniziativa. Poi, improvvisamente e senza una spiegazione ufficiale, il lungo e ostinato silenzio ministeriale ha paralizzato tutta la macchina. In queste ore il ministro Giuliano Urbani è a Mosca per impegni istituzionali internazionali, gli accordi con la Russia aprono nuovi orizzonti per un'intesa culturale che ha nella grande mostra ospitata alle Scuderie del Quirinale un frutto interessante. Ottime notizie. Ma sarebbe bello averne al più presto altre, legate alla nostra Roma, a una città che purtroppo conosce il silenzioso spoglio di tante chiese poco conosciute. Splendidi, ignoti tasselli di un mosaico che rischia di disperdersi, come insegna il triste episodio dell'ostensorio. Un archivio on line dissuaderebbe molti malviventi. Urge una risposta chiara a un interrogativo apertissimo.
I tesori e l'oblio
Un ostensorio cinquecentesco di Santa Maria in via Lata è stato furto. Il valore dell'opera è stimato in un milione di euro. La vicenda è già quasi dimenticata in Italia, dove tanti tesori d'arte sono presenti. La catalogazione dei beni culturali è necessaria per difendersi dai furti d'arte. La schedatura digitale può aiutare a identificare i ladri e a ritornare le opere trafugate. La fondazione culturale Paolo di Tarso aveva ottenuto il via libera per una iniziativa di catalogazione digitale delle chiese e degli istituti religiosi, ma il progetto è stato bloccato senza una ragione. Il ministro Giuliano Urbani è a Mosca per impegni istituzionali internazionali.
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