Nuovi fondi dal Cipe ma è polemica sulla ripartizione - II Comune: una quota agli interventi locali. VENEZIA Sei giorni filati di acqua alta: ieri la marea ha raggiunto a Venezia i 115 centimetri sul medio mare, domenica aveva toccato i 137 centimetri mandando sotto l'80 della città. E non è finita. Stamattina si supererà ancora quota cento e domani si replica perché la marea continua ad essere sostenuta. Ai livelli raggiunti domenica la città praticamente è costretta ad arrendersi: le passerelle pedonali galleggiano a quota 120 e per l'altezza raggiunta dagli attracchi sono obbligati a fermarsi anche i vaporetti. L'acqua porta in giro per la città tutto ciò che trova, dai sacchetti delle immondizie alle coperture dei cantieri sul selciato. Ogni volta è un nuovo conto di danni. E proprio su questo conto che la città deve pagare è partita una polemica. L'ha innescata il presidente della Regione Giancarlo Galan che, senza troppi giri di parole, ha accusato il Centro previsioni maree a gestione comunale di barare sulle misurazioni. "Domenica sostiene Galan l'acqua è andata oltre i 140 centimetri." Una differenza non di poco conto visto che proprio a 140 centimetri scatta la soglia per lo stato di calamità naturale che consentirebbe di chiedere un rimborso dei danni. Galan accusa il Comune e il suo Centro maree di una precisa volontà di minimizzare il problema, confermata anche dalla decisione di non attivare con le sirene il secondo allarme, quello che segnala un rischio più marcato, allo scopo di continuare a sostenere che il sistema Mose, vale a dire le barriere mobili in via di realizzazione alle bocche di porto per fermare le maree, non serve alla città. Un attacco che, sommato alle dichiarazioni del responsabile del Centro maree su una imprevedibilità dell'evento di domenica che avrebbe spiazzato anche il Mose, rende bene l'idea del tono del dibattito sull'argomento. Chiarito che il Mose avrà sistemi di previsione e rilevazione autonomi e che le barriere mobili sono destinate ad alzarsi con ampi margini di sicurezza, resta di difficile interpretazione il fatto che almeno una parte della città continui a cavalcare polemiche e ipotesi alternative più o meno fantasiose quando i cantieri del Mose già in attività sono ormai sette ed il Cipe ha appena stanziato per l'opera 709 milioni, che vanno ad aggiungersi ai 450 della prima franche assegnata nel 2002. Non è un caso che il sindaco Paolo Costa sia stato messo in minoranza dalla sua stessa coalizione di giunta che ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che aveva confermato il via libera al Mose. La mediazione sarà cercata ancora una volta nella riunione del Comitato interministeriale per Venezia convocata per il 4 novembre prossimo. Il Comune contesta che i 709 milioni stanziati dal Cipe vadano tutti al Mose ma, come già avvenuto per la prima tranche, è prevedibile che un 10 della somma sia stornato in favore degli interventi proposti dalle amministrazioni locali, compresi quindi anche i Comuni di Chioggia e Cavallino, e potrebbe essere l'Ufficio di piano costituito qualche mese fa proprio per coordinare le diverse attività ad indicare il punto d'incontro. Nel Comitato si farà il punto sullo stato dei lavori, sulla situazione finanziaria, sul progetto di estromissione del traffico petrolifero dalla laguna in fase di studio di impatto ambientale, sull'avanzamento delle bonifiche dei terreni nella zona industriale di Marghera e si esamineranno anche studi e sperimentazioni fatte per rispondere alle undici osservazioni presentate come vincolanti dal Comune. Iniziative che comunque sono complementari e non alternative al Mose.
Altri 709 milioni per il Mose
La città di Venezia è stata colpita da sei giorni di acqua alta, con la marea raggiungendo i 115 centimetri sul medio mare e i 137 centimetri domenica. La città è praticamente costretta ad arrendersi, con le passerelle pedonali galleggianti a quota 120 e i vaporetti obbligati a fermarsi. La polemica è scoppiata sulla ripartizione dei fondi per i danni, con il presidente della Regione Giancarlo Galan accusando il Comune e il Centro maree di barare sulle misurazioni. Galan sostiene che l'acqua è andata oltre i 140 centimetri, la soglia per lo stato di calamità naturale, e che il sistema Mose non serve alla città.
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