VINCI. Che la Gioconda sia stata il quadro più ammirato e interpretato della storia è cosa nota. Continuerà ad esserlo. Ma oggi, trascorsi 5 secoli dal momento in cui Leonardo si accingeva a ritrarre Monna Lisa Gherardini, le novità sull'enigmatica figura continuano ad arrivare, altrettanto enigmaticamente, a getto continuo. L'ultima, affascinante, è rilanciata dal presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, Silvano Vinceti, che ha affermato senza mezzi termini che «la Gioconda è il ritratto di un androgino, metà uomo, metà donna». Leonardo Da Vinci avrebbe iniziato il quadro pensando alla nobildonna fiorentina Lisa Gherardini, e lo avrebbe terminato ispirandosi al suo amante di sempre e allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti da Oreno, detto il Salai, giovane «di una passionalità sprigionante» presente nella bottega milanese del Genio di Vinci già a 10 anni, nel 1490, le cui efebiche sembianze sono rintracciabili nell'Angelo Incarnato, nel San Giovanni Battista, nella Monna Nuda e anche nella Gioconda. La tesi, presentata da Vinceti alla stampa estera in Italia, non è nuovissima, ma è ora sostenuta dal ritrovamento, in seguito ad analisi digitali, «nell'occhio sinistro di Monna Lisa (destro per chi guarda), della lettera S, che un'analisi comparata della scrittura ha evidenziato essere inequivocabilmente di Leonardo, e nell'occhio destro della lettera L». Una sorta di firma, una dedica, «a Lisa e Salai» da parte del Genio del Rinascimento. Ma non è tutto: il ponte che figura alla destra del quadro (per chi guarda) è stato identificato come il ponte di Buriano, in provincia di Arezzo. Sotto una delle arcate del ponte è stato individuato il numero 72 e la decifrazione del numero «72 - ha spiegato Vinceti - riveste molti significati legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica. Leonardo appose il numero 72 e lo investì di vari significati affidando ad esso un suo specifico pensiero. Il nome di Dio è composto da 72 lettere secondo la tradizione cabalistica, il 7 è la creazione del mondo, mentre per quanto riguarda il Nuovo Testamento, il numero 7 e il numero 2 potrebbero rinviare all'Apocalisse di Giovanni con precisi riferimenti alla fine del mondo e ai saggi, ai sapienti, agli eletti che saranno risparmiati». I templari, inoltre, avevano dimestichezza con la cabala e non è casuale che le regole dei monaci combattenti fossero 72. Al numero 2, infine, corrisponde il dualismo, la opposizione ma anche l'armonia dei due principi, il maschile e il femminile. «La scelta del 2 da parte di Leonardo - ha concluso lo studioso - non sarebbe causale, rinvia alle lettere L e S, alla visione filosofica che ha ispirato il quadro: una armoniosa sintesi fra l'uomo e la donna». Insomma, La Gioconda, il più celebre e misterioso dipinto del mondo, che il Genio vinciano portò sempre con sé ritoccandolo continuamente fino all'ultimo istante di vita - sono noti molti ritocchi con la mano destra, utilizzata dal momento della paralisi della mitica mancina "del diavolo" - nasconderebbe «il testamento filosofico, esoterico, religioso e teologico», la summa del pensiero di un Leonardo ormai maturo e consapevole di sé. Ecco dunque la visione filosofica del dipinto, che in un Leonardo in età matura esprimerebbe il «superamento di quel conflitto» che ha animato sempre la sua opera, in favore di un'armonia universale e personale, anche, ad esempio «nel rapporto finalmente risolto con le sue due madri». Anche il sorriso ironico della modella sarebbe testimonianza, secondo gli esperti guidati da Vinceti, di una ormai «matura e provocatoria consapevolezza». Il ponte, simbolo di «unione tra il maschile e il femminile», ma anche «di morte e ritorno al ventre materno». La datazione del quadro andrebbe poi anticipata, sempre secondo Vinceti, al «periodo di Leonardo a Milano, tra il 1482 e il 1499». Nelle lettere "ritrovate" anche il mistero dell'identità di quel volto, per alcuni, dai tratti maschili. Senza dimenticare però, conclude Vinceti, l'influenza di colei che tutti i giorni andava a pregare in Santa Maria delle Grazie a Milano mentre Leonardo dipingeva il Cenacolo, Beatrice D'Este D'Aragona, sposa di Ludovico Il Moro, morta incinta nel 1497.