COSENZA - Siti archeologici del Meridione profanati da tombaroli professionisti e reperti venduti clandestinamente, in Italia e all'estero. Un presunto business che venne ricostruito dall'inchiesta "Pandora" che ritorna in aula a distanza di un anno. Ancora davanti a un giudice per l'udienza preliminare, dopo che il Tribunale di Foggia aveva accolto l'istanza di incompetenza territoriale levatasi dai banchi della difesa. E così gli atti sono stati trasmessi all'autorità giudiziaria di Santa Maria Capua Vetere, davanti alla quale sarà celebrata l'udienza camerale tra sette giorni. Un processo che riguarderà metà degli originari imputati. L'altra metà, che venne giudicata con rito alternativo dal gup di Foggia, attende, ora, l'appello a Bari. L'indagine venne sviluppata in due fasi che permise di individuare due ipotizzate organizzazioni specializzate nel traffico e nella ricettazione di oggetti preziosi trafugati dalle aree protette. Holding specializzate nell'attività predatoria e operanti in Lazio, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania e con ramificazioni anche in Toscana, in Lombardia e, persino, in Svizzera. I presunti sodalizi vennero smascherati grazie ad una laboriosa attività investigativa sviluppata dai carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale. Un lavoro d'intelligence che si concluse con l'emissione di un'ordinanza cautelare nei confronti di una trentina di persone e la notifica di una ventina di avvisi di garanzia. Tra gli incriminati anche un manipolo di cosentini, vibonesi e crotonesi. Una ventina di imputati chiesero di essere giudicati col rito abbreviato a Foggia. Il gup accolse l'istanza ma rigettò quella dell'incompetenza per territorio che è stata, successivamente, accolta dal Tribunale che ha trasferito gli atti processuali a Santa Maria Capua Vetere dal momento che, dal fascicolo, non si sarebbe potuta rilevare l'origine dell'associazione. Dunque, il reato che ha finito per radicare la competenza è stato quello della ricettazione. Il primo caso sarebbe stato accertato proprio in Campania. I fatti. Corposo il dossier raccolto dagli specialisti dell'Arma. Lo zoccolo duro dell'inchiesta è costituito da centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali che raccolgono colloqui tra gli incriminati. Conversazioni che gli inquirenti definirono inequivocabili sulla natura delle contestate illecite attività. A conforto delle telefonate captate anche pedinamenti e riprese fotografiche. Nel corso di numerose perquisizioni effettuate dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, diretti dal generale Roberto Conforti e dal tenente Raffaele Giovinazzo, sono state recuperate quasi 36 mila monete, databili tra il quinto secolo avanti Cristo ed il secondo d.C; 922 reperti in bronzo e ferro, 236 pezzi ceramici, due metal detector tradizionali, uno di tipo "branda". Settanta miliardi di vecchie lire il valore presunto della preziosa merce. Il collegio difensivo è formato, tra gli altri, dagli avvocati Angelo Cosentino, Mauro Cordasco, Giorgio Pisani, Rossana Cribari, Alfredo Ceccherini, Eleonora Sala, Francesco Barbuto, Romualdo Truncè, Giulio Treggiari, Salvatore Iannotta, Martin Fabiano, Gustavo Pansini, Giuseppe Ciullo, Pompeo Niger, Domenico Sirianni, Alessandro Ferrara e Giuseppe Arena.