Chi entra in questi giorni nel Museo del Novecento, anche in un'ora prossima alla chiusura, trova compagnia: non molti stranieri, piuttosto molti ragazzi, da soli o in piccoli gruppi. Molti passaggi della visita sono eccellenti, altri migliorabili, altri, come per ogni cosa, mancanti, ma nelle sale si percepisce un clima di cui a Milano si è un po' persa traccia: interesse, curiosità, e quiete. Il clima di un luogo di cultura, in cui l'arte non viene insultata dall'enfasi dell' evento. La collezione, a tratti davvero straordinaria, è presentata in modo asciutto, in spazi non sempre facili, ma si avverte la presenza di una tensione narrativa e anche di ricerca possibile, accessibile, senza troppi clamori. Più di ogni altra sensazione, domina quella di trovarsi in presenza di un' istituzione necessaria: finalmente il museo c'è. In queste settimane si è molto discusso di come l'arte produca economie per la città e il dibattito si è esteso alla decisione di garantire l'ingresso gratuito al Museo del Novecento. Sono temi importanti, ma il fatto è che la gratuità e l'accessibilità del museo, buona o cattiva che sia, ha materializzato in modo non prevedibile un evento ancora più rilevante, la cui presenza impone di spostare l'attenzione dall'economia al piano dei compiti specifici delle politiche culturali e del lo- ro futuro. L'inaspettato cortocircuito affettivo che si sta manifestando tra la città e la sua storia artistica non racconta l'opportunità di un business turistico o immobiliare, ma risponde a necessità di altra natura: narrazione, approfondimento, messa in questione e allargamento dell'esperienza, del senso e magari anche dell'orgoglio di abitare la città. E' una domanda di conoscenza, di sentimenti, di storia, di rapporto più denso con la modernità e con la contemporaneità. E' soprattutto una domanda insperata, da coltivare, da conoscere, perché alimenta e ristruttura le reti che compongono la società rinnovando in esse le capacità di condividere motivi, intuizioni, sentimenti, eticità, senso civico e anche importanti economie. Questo museo è un passo nella giusta direzione, ma non basta ancora. E' importante che ad esso ne seguano altri di analogo tenore, segnando una discontinuità rispetto ad un passato troppo orientato agli eventi. Si deve cogliere l'occasione offerta per dialogare e capire di più lo specifico delle da mande di senso che inducono il pubblico a partecipare. Soprattutto si potrebbe partire da questa istituzione per creare il nucleo di un discorso museale, critico e storico sulla contemporaneità che sarebbe fondamentale portare e mantenere nel centro della città, in piazza del Duomo, nello stesso Palazzo Reale (non dimentichiamo il secondo pezzo dell'Arengario e la parte di via Dogana). Un passo semplice, ma capace di trasformare culturalmente la rappresentazione che Milano offre oggi di se stessa e magari, anche, di contenere altre avventure progettuali oggi in discussione a vantaggio della sostenibilità di un sistema ancora in formazione.