Dal modello inglese agli esempi italiani Goldin: ma attenti alla qualità. La direttrice della Gallerìa Borghese: «La sfida? Educare divertendo» Sono tre, biondissimi e silenziosi. La folla gli scivola intorno e li ingloba come fossero trasparenti. Loro, imperturbabili, se ne stanno seduti a gambe incrociate sul parquet, un album da disegno sulle ginocchia, gli occhi sul quadro di Hopper che li sovrasta. Avranno sì e no dieci anni. E nessun genitore a controllarli. Scene di vita quotidiana alla Tate Modern, Londra. O ancora, nel parigino Centre Pompidou, o al castello dì Schònbrunn, Vienna. Ovvero, quando il museo è (anche) dei bambini. E in Italia? Dove sono, i bimbi, nei musei italiani? In un Paese che taglia i fondi alle «cittadelle» dell'arte, che spazio c'è per i più piccoli? La realtà per ora sembra molto diversa: «Se all'estero il bambino nei musei è la normalità, qui è sempre un evento», sintetizza Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational. Che sull'edu-tainment, l'educare divertendo (education più entertainment, appunto), lavora da tempo. Come con il progetto Magazzini Einstein, «che comunica l'arte tramite i documentali, un rotocalco sugli appuntamenti e le 60 puntate sulle "rotte dell'arte", per raccontare le bellezze d'Italia come si narra un viaggio, un volo». L'interesse c'è, «basta vedere le code ai musei. Ma bisogna lavorare sulla creazione di paradigmi ulteriori di bellezza», il che, tradotto, significa: formare una generazione che per l'arte non nutra timori reverenziali, ma la percepisca come parte del quotidiano, Per cui andare al museo non sia sinonimo di entrare in un cimitero, ma diventi «normale» come una passeggiata. Certo, non è semplice colmare il divario con l'Europa, o l'America. E basta farsi un giro sul sito della Tate {www.tate.org.ukHe-arningkìds, con i suoi videogame sull'arte contemporanea) o tra le sale virtuali del MoMa di New York {www.moma.orgeducatìon) per cadere preda dello sconforto. «In Italia ammette Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese, tra le strutture più attive sul fronte ragazzi ("ma è una via di mezzo, c'è la buona volontà senza i mezzi per realizzarla") mancano figure professionali specializzate. Il museo del futuro sarà una struttura interattiva, di ricerca. E i bambini avranno un ruolo centrale. Non possiamo più improvvisare». I segnali positivi, a dire il vero, ci sono. Al delicato rapporto tra divertimento e sapere è stato dedicato un volume, «Cultura in gioco» (realizzato da Associazione Civita e Giunti). E negli ultimi anni l'attenzione verso l'Vedutainment è cresciuta, «forse più negli eventi temporanei che nei grandi musei commenta Marco Goldin, creatore dell'evento bresciano su Monet . Un esempio positivo? L'Emilia Romagna, regione da sempre attenta al mondo scolastico». Nella lista dei modelli virtuosi ci sono metropoli come Milano e piccole realtà come le gallerie di Parma, o il Mart a Rovereto. Ma guai, ammonisce Goldin, a farsi lusingare dalle formule: «Servono progetti innovativi, di qualità. La classica visita per bambini non basta più: il rischio è la noia». «È finito il tempo in cui i più piccoli andavano al museo solo per imparare conclude la Coliva . Oggi i ragazzi vanno a una mostra anche per divertirsi, il nostro compito è sviluppare le competenze per andare incontro alla loro curiosità».