Dare a Cesare, lo stato, con la nomina di quel che è di Cesare, cioè commissari per il compito di garantire la conservazione del sito archeologico di Pompei. E affidare ai privati, invece, la valorizzazione e la gestione del patrimonio di arte, cultura e storia custodito nella città campana. L'Istituto Bruno Leoni, con il suo Briefing paper «Pompei. Il ruolo degli incentivi per una buona gestione del patrimonio culturale» curato da Filippo Cavazzoni e Martha Mary Friel lancia una proposta destinata a fare discutere, dopo i crolli che corso dell'inverno hanno colpito uno dei più importanti tra i 45 siti italiani tutelati dall'Unesco. Si tratta, dicono gli autori dello studio, di fare diventare Pompei, con i suoi 2,3 milioni di visitatori (nel 2010) e i suoi 16,4 milioni di euro di incassi (2009) la sede del «primo tentativo di compiere un esperimento innovativo, improntato su un nuovo ruolo da affidare a soggetti pubblici e privati, con questi ultimi a svolgere funzioni legate alla valorizzazione, fruizione e gestione del bene e i primi a controllarne l'operato e a garantire la conservazione dell'area. Con strumenti di raccordo per fare dialogare i due soggetti». Per Pompei e per l'intero sistema dei beni culturali in Italia, insomma, è tempo di cambiare registro, sostiene l'Istituto Bruno Leoni. Che propone di mandare definitivamente in soffitta il sistema delle gestioni commissariali a cura della Protezione civile già sperimentate nell'ultimo biennio con risultati non lusinghieri nel settore dei beni culturali amministrato da Sandro Bondi. «Il sistema dei beni culturali è stato ampiamente messo in discussione negli ultimi due anni con l'intervento della Protezione civile o con la nomina di commissari per fare fronte alle emergenze, sicuramente molto diverse tra loro, del patrimonio di alcune delle principali città d'arte e destinazione turistiche italiane», nota l'Ibl. «Ancora, i recenti accadimenti pompeiani (cioè il crollo della casa dei Gladiatori, ndr) hanno riacceso i riflettori sullo stato di incuria di molti altri monumenti di proprietà dello stato». Stato di incuria e comunque di difficoltà di gestione che non derivano, secondo l'IBL, dall'esiguità delle risorse disponibili, ma piuttosto dalla difficoltà di spenderle. I dati sulle soprintendenze speciali come Pompei o Roma, del resto, dimostrano che la Soprintendenza di Pompei, malgrado i problemi legati al degrado del sito archeologico, non abbia speso al termine del 2009 oltre 25 dei 45 milioni di entrate. E altrettanto è avvenuto a Roma con uscite per oltre 34 milioni a fronte di introiti pari a quasi 62 milioni. Cifre che dimostrano come i problemi di gestione dei beni culturali in Italia siano «profondi», tra «lungaggini amministrative e regole farraginose che hanno sicuramente incentivato la via delle procedure in deroga». Come per esempio «i 91 passaggi burocratici, fino al collaudo finale, che prevedono le leggi per i lavori pubblici», ricordati da Pietro Giovanni Guzzo, soprintendente a Pompei dal 1994 al 2009. I commisariamenti e in generale l'amministrazione straordinaria hanno permesso di aggirare legalmente le norme che «rallentano i lavori di tutela e valorizzazione dei beni, di assegnazione degli appalti, di stipula dgli accordi» e di procedere più speditamente». Ma non si può pensare, è la conclusione dello studio, che il ricorso al commissariamento sia la strada giusta per governare i beni culturali. Nè si può ritenere che le fondazioni museali italiane, istituti misti pubblici privati che gestiscono musei pubblici, e gli incentivi fiscali (le donazioni per arte e cultura in Italia ammontano a 0,9 euro pro capite contro i 19,9 euro degli Usa) che prevedono la piena deduzione per le imprese e una deduzione del 19 per le persone fisiche, siano la 25 dei competenze imprenditoriali volte a valorizzare l'area e a perseguire un ritorno economico».