La natura trasformata dallindustria è il tema del reportage di Edward Burtynsky che oggi discute in pubblico il suo lavoro alle Stelline Canadese, figlio di immigrati ucraini, è alla sua prima personale in Italia Cè qualcosa di strano in quel paesaggio lattiginoso dove dalla terra emergono schegge di legno e alberi ridotti a scheletri. La stessa spiazzante sensazione si prova osservando il serpeggiare di quello che sembra un fiume di lava dallacceso colore arancio attraverso una pianura grigiastra. Riprese a metà degli anni Novanta nello stato canadese dellOntario, queste fotografie descrivono luna gli esiti dei residui di uranio, laltra il fiume creato dai residui di nickel. «La natura trasformata dallindustria è il tema dominante del mio lavoro» spiega Edward Burtynsky, fotografo canadese di origini ucraine che presenta al Centro culturale di Milano la sua prima personale italiana, dal titolo "Luomo e la terra. Luci e ombre". Sedici fotografie di grande formato accostano con sapienza lorrore generato da alcuni interventi scriteriati delluomo e la bellezza di immagini capaci di coinvolgere anche emotivamente chi le guarda suscitando «attrazione e repulsione, seduzione e paura». Se da lontano si coglie nella splendida visione delle Alpi Apuane il senso di una maestosità classica, basta avvicinarsi alle fotografie che riprendono dallalto le cave di marmo di Carrara come quelle portoghesi e indiane per scoprire nelle minuscole sagome dei cavatori e dei loro camion il senso di una ricerca profondamente umanistica, legata a quanto luomo sa fare, nel bene e nel male, al mondo in cui vive. Sulla visione del fotografo, figlio di immigrati dallUcraina, ha influito la storia del padre, operaio alla catena di montaggio della General Motors. Ed è tutta sua la capacità di rendere il senso epico che accompagna lopera di quegli uomini che sulle spiagge del Bangladesh smontano a mani nude navi in disarmo e arrugginite. Luso di una macchina a banco ottico da collocare su un treppiede induce il fotografo a una visione attenta e ponderata, anche quando allude alla drammaticità del reportage: la distruzione di interi villaggi cinesi con i contadini in fuga sembra causata da una guerra, invece è dovuta alla costruzione della diga sullo Yangtze. Non cè la retorica della nostalgia del passato in queste foto, ma una riflessione: siamo sicuri che gli enormi, modernissimi edifici dove la popolazione cinese è stipata in appartamenti tutti uguali siano un bel modo di pensare al futuro? Non manca la speranza: in un paesaggio desolato, accanto alla chiazza di petrolio che lorda una spiaggia dellAlberta scorre, protetto da un terrapieno, un fiume dacqua limpida. Usare la bellezza come arma di denuncia è una costante del lavoro di Burtynsky. La mostra, ideata da Camillo Fornasieri e curata da Enrica Viganò (catalogo Admira) fa parte di un progetto che il CMC dedica allambiente nella prospettiva dellExpo 2015.