LANZO D'INTELVI - Le «orecchie della Sighignola», i resti della funivia mai terminata costruita alla fine degli anni Sessanta, hanno le ore contate. La notizia arriva dal municipio di Arogno, in Canton Ticino, nel cui la struttura è ubicata, municipio che in questi giorni sta predisponendo il bando di gara di imminente pubblicazione, per la sua demolizione. A chiederne l'abbattimento in questi ultimi tempi, erano state associazioni ambientaliste svizzere e italiane tra le quali, in Valle d'Intelvi, il circolo Laura Scotti di Legambiente con sede a Lanzo. Un vero e proprio scempio ambientale quel manufatto ormai diventato pericolante, di proprietà del Patriziato di Arogno, che doveva diventare uno tra i mezzi di trasporto più moderni e funzionali per collegare la Valle d'Intelvi con il Canton Ticino. Incastonato tra le vedute panoramiche del Balcone d'Italia , in cima alla vetta della Sighignola, in questi decenni era divenato simbolo di degrado in uno dei luoghi tra i più suggestivi di tutta la Regione Lombardia. Per questo, nei quarant'anni successivi, la mobilitazione generale capeggiata da enti ed associazioni , appoggiata anche da tanti cittadini non è mai venuta meno. Ora finalmente la notizia ufficiale dell'abbattimento.La gigantesca opera doveva essere ultimata nella primavera del 1970 con scopi turistici tra la Sighignola e Campione ma anche come mezzo di trasporto per i tanti lavoratori frontalieri di Lanzo e dintorni. La stampa svizzera dell'epoca aveva dato molto rilievo alla notizia dell'assemblea della Società anonima Funivia Campione-Sighignola che si era tenuta all'albergo Arizona di Lugano che aveva annunciato in pompa magna l'inaugurazione in estate, davanti a una quarantina di soci ossia circa il 75 per cento del capitale sociale. L'assemblea unanime aveva deciso di rinunciare alla prevista attribuzione di un interesse agli azionisti fino all'entrata in servizio della funivia. Ma quell'impianto non venne mai ultimato. La società venne coinvolta in un crack finanziario che culminò un irreversibile fallimento e i ruderi, per 40 anni, sono stati lasciati a deturpare il paesaggio italo-elvetico.