Cosa c'entra l'ANVUR con le sorti del nostro patrimonio storico e artistico? C'entra, perché la neonata Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca potrebbe contribuire a disboscare la giungla lussureggiante degli oltre ottanta corsi 'in beni culturali' (per non contare i master) che infesta l'università italiana. Questi corsi sono stati presentati come creature mitologiche capaci di ibridare il fascino degli studi umanistici con una sbandierata 'professionalizzazione' utile a convincere le famiglie delle nuove matricole. La formula magica 'arte-più-lavoro' ha funzionato alla perfezione, e le migliaia di iscrizioni hanno fatto sì che i corsi di Beni culturali diventassero pedine preziose nei risiko accademici che assegnano i fondi e le cattedre. Tuttavia, le statitische dimostrano che la prospettiva di lavoro non cambia rispetto ad una laurea in Lettere: ciò che invece cambia radicalmente è la qualità della formazione, infinitamente peggiore. Così tra qualche anno affideremo il patrimonio artistico nazionale non a storici dell'arte o ad archeologi portatori di un sapere critico, ma a mediocri agenti di marketing culturale. È necessario voltare pagina, e una seria valutazione del sistema universitario è una delle leve che si dovrebbero utilizzare. È per questo che il fatto che il ministro Gelmini non abbia incluso nessun umanista e nessun professore del Mezzogiorno nel consiglio direttivo dell'ANVUR è una pessima notizia. La valutazione non è, e non può essere intesa, come una punizione, ma è un'occasione di promozione e riscatto. Le facoltà umanistiche hanno un drammatico bisogno di essere valutate e sferzate: dateci qualcuno che lo sappia fare.