L'invito dello studioso all'inaugurazione del centro dedicato al famoso architetto dell'epoca romana. I suggerimenti operativi Fano "Non si può parlare di Vitruvio, senza parlare di Fano" e "Non si può immaginare la costituzione di un Centro Studi Vitruviani al di fuori della stessa città". Sono due frasi estrapolate dall'intervento di Salvatore Settis al convegno che ha segnato l'inizio dell'attività della prestigiosa iniziativa culturale e che ha visto Fano essere posta all'attenzione degli studiosi a livello nazionale ed internazionale. Hanno aderito infatti al comitato scientifico del Centro Studi Vitruviani, presieduto da Salvatore Settis, il francese Pierre Gros, l'inglese Howard Burns, oltre a Guido Beltramini, direttore del Centro Internazionale di Studi "Andrea Palladio" di Vicenza e marco Gaiani della Università di Bologna. Fano e Vitruvio, infatti sono strettamente legati da un connubio sigillato nel "De Architectura", l'unico testo sul modo di costruire gli edifici che ci è pervenuto dall'antichità. Ed è proprio questa "unicità", su cui poi si è costruito il Rinascimento italiano, che ha fatto grande Vitruvio, diffondendo il suo nome e la sua opera in tutti i Paesi del vecchio continente. La basilica costruita a Fano, infatti, costituisce un modello su cui si fondono i principi su cui si basa il concetto classico dell'architettura. Ora a Fano, ha detto Settis, spetta una grande responsabilità: costruire dei percorsi di ricerca che possa fornire delle risposte; realizzare degli strumenti che possano coinvolgere tanto gli studiosi quanto il grosso pubblico; organizzare eventi pubblici; destare soprattutto l'attenzione dei giovani. Per il nuovo Centro Studi ha indicato tre direzioni: quella locale, finalizzata a valorizzare tutte le testimonianze della civiltà antica ancora superstiti nel nostro territorio, a partire dall'Arco di Augusto. Settis, a proposito della porta romana, ha rilevato come fosse tenuta in gran conto già secoli fa, se bombardata dalle truppe del duca Federico, si sentì il bisogno di effigiarla nel suo aspetto originario sulla facciata della chiesa di San Michele. La seconda direzione è quella che induce a ragionare sulla architettura antica, mentre la terza è quella di operare sulla diffusione dell'opera di Vitruvio.