Nel dopoguerra fondò un settimanale da 850mila copie, "LUomo Qualunque", e un movimento più forte della Dc. Figlio del mondo dello spettacolo, fu liquidato da Togliatti e dal giovane Andreotti come "il commediografo". Ma dopo anni, rovistando nel suo archivio fatto di dossier e lettere anonime, scopriamo quanto lItalia di oggi assomigli a quella interpretata da Guglielmo Giannini Cartelline numerate grigie e violette, fogli ingialliti, buste e carte veline tenute assieme da spilli arrugginiti, corrispondenza privata, cartoline postali, lettere anonime o firmate con tanto di trafiletti su De Gasperi che nel 1926 apriva al fascismo o su Nenni che nel primo dopoguerra partecipò - forse - alla fondazione del fascio bolognese. Cè chi scrive a Giannini che lAlto Commissario allEpurazione ha messo le mani addosso alla «servetta» diciannovenne; o che lillustre presidente della Commissione dei 75 «mangia a quattro ganasce». Smentisce Togliatti, in prima persona, di aver avuto parte nellattentato di via Rasella. Mentre Di Vittorio è furente per certe caricature e per latteggiamento altezzoso di Giannini: «Cafone, figlio di cafoni, ed onoratissimo di esserlo - si congeda il più leggendario sindacalista - istruitomi come lho potuto, ai margini di giornate faticose di zappa o di falce, ho la soddisfazione di poter considerare con profondo disprezzo degli "aristocratici" della vostra razza». A tanti anni di distanza la polvere di quelle carte sporca le mani solo agli archeologi dellimmaginario scandalistico nazionale, non di rado frutto di invenzioni, eppure anche per questo significativo. La Lancia Stura fuoriserie otto cilindri, «maniglie dargento e pomi davorio», su cui girerebbe per Roma il Migliore, «che predica luguaglianza»; il «lussuoso appartamento di 12 stanze e accessori» in cui è andato ad abitare Nenni, «in un momento di gravissima crisi degli alloggi». Travolti i fascisti, ecco la scoperta e la delazione delle magagne antifasciste, e sono arricchimenti, doppi giochi, fedine penali sporche, beghe massoniche, «forti acquisti in gioielleria» da parte della moglie di questo o quel «papavero». Chissà come Giannini, scettico di natura, accoglieva tutti quei fogli su cui a volte, prima di pubblicare, appuntava a lapis: «Solo con le prove». Tra Montecarlo, la cricca, la P3 e il Rubygate, la scorsa settimana è uscito un film, Qualunquemente, che se non altro per ragioni di assonanza al qualunquismo sembra fare il verso. Ma rovistando tra il pubblico e il privato di Giannini si capisce subito che il mostro di Antonio Albanese non ha nulla in comune con un uomo che tutto era tranne che «qualunque». Amabile e irruente, per molti versi anche geniale e comunque eccentrico; uno che scriveva benissimo avendo solo la quinta elementare, come da diploma esposto provocatoriamente nel suo studio; un ardente difensore di Pio XII che in realtà non era nemmeno battezzato. Per metà napoletano e per laltra metà britannico, parlava quattro lingue, suonava piano, chitarra e mandolino, componeva canzoni firmandosi Zorro, negli anni Venti si era inventato una delle prime riviste di cinema, Kines, aveva scritto soggetti, sceneggiature e adattato parecchi film americani (sue le didascalie di Charlot), pure costruendosi una moviola che poi vendette per comprare zucchero e caffè alla borsa nera. Ma soprattutto scriveva commedie: ne firmò cinquantaquattro, quasi tutte rappresentate con successo dai più importanti attori, a cominciare da Ermete Zacconi. Biondo, imponente, di uneleganza insieme preziosa e vistosa, linseparabile monocolo, la sigaretta penzolante, una catenella che gli attraversava il panciotto e che Indro Montanelli ne Gli incontri (Rizzoli, 1963) descrive con dovizia di particolari per via del recondito amuleto a forma di pitale. Come portachiavi, daltra parte, Giannini sfoggiava un piccolo ma visibile fallo doro, per giunta dotato di ali, che gettava con noncuranza sotto il naso delle signore della Roma bene negli anni del suo inatteso, istantaneo e rutilante trionfo. Si accanì contro lepurazione, portò trenta deputati alla Costituente, rese possibile il governo De Gasperi senza il Pci, ma dialogò anche con i comunisti, attrasse i monarchici, gli si appiccicarono addosso i neofascisti. Soprattutto, fu tradito dai suoi stessi seguaci, quindi abbandonato da La folla (il titolo del suo bestseller) e infine dagli elettori, come gli aveva predetto don Benedetto Croce. Dopo di che la parabola del «Fondatore», come veniva chiamato, incontrò la più crudele e in fondo inutile damnatio memoriae, a parte un libro dello storico Sandro Setta (Laterza, 1975), comunque per forza di cose pubblicato in mancanza dei tanti che gli devono qualcosa, da Berlusconi a Pannella, da Feltri a Di Pietro, da Bossi a Beppe Grillo. Repubblicano, europeista e anti-retorico, alternava intemerate apocalittiche a storielle e barzellette, una volta minacciò di intonare canzoni napoletane a Montecitorio per contrastare vani ritualismi. Riempiva le piazze e in un comizio a Cagliari portò trentamila persone a cantare Dove sta Zazà. Ma gli scrivevano da tutta Italia sulle casse dellOvra e sul carteggio Petacci, sugli apparati militari dei partiti e sulle spie che ruotavano attorno al Pci: ciò che fa del suo archivio anche una specie di buca delle lettere della guerra civile che non ci fu; e al tempo stesso pure un formidabile osservatorio sul brulichio di un Paese che non appena ha ottenuto la democrazia, si sforza di replicarla in versione carnevalesca. Le due figlie che adorava, la bellissima Gloria e soprattutto Ivonne, giornalista, decorata con la croce di guerra nella lotta partigiana, ne hanno coltivato una memoria in cui è ancora oggi difficile separare luomo pubblico da quello privato. Il nipote Mario Ciuffini, che insieme al mandolino e a un busto di marmo bianco smagliante si è ritrovato tutte queste carte in casa, dedicandovi amore e lavoro, ha scoperto dei filmati da cui si capisce che suo nonno aveva anticipato di una decina danni anche la comunicazione televisiva. I ricordi di famiglia sono irresistibili. Come certi consigli a Ivonne sulla necessità di dimenticare laccento napoletano, nel caso ne fosse stata «infettata». «È terribile: essere napoletano dà un senso di sventura. Io, che non posso dimenticare di esserlo, ogni tanto mi riprendo e mi umilio e cerco di farmi piccino: poi come accade in questi speciali momenti, mi credo di nuovo superiore a tutti, e proclamo che solo la mia terra partorisce gente degna. Tutto il resto dellumanità mi appare allora composto di stomachevoli burattini. Noi, almeno, abbiamo il pernacchio». Il leader dellUq era naturista, passava ore in un enorme bagno dove pure riceveva, e pranzava avendo il suo amatissimo gatto, dal nome Gatto, sulle spalle. Come un artista componeva le sue celeberrime "vespe", brevi e pungenti note, in modo del tutto estemporaneo, avvolto in una vestaglia di cammello. Non era mai stato fascista, anzi, né mai ebbe particolare passione ideologica, a parte quel fondo anarcoide così italiano nella sua dimensione individualistica ed esistenziale. Allimpegno pubblico si sentì chiamato dal dolore per la morte del figlio Mario, aviatore di ventuno anni rimasto ucciso in un incidente di guerra. Da quel momento pose tutto il suo indubbio talento a combattere i politici di professione che per loro vampiresca natura entrano nella vita altrui rovinandola. Così il programma minimo dellUq si ridusse a una massima della quale al giorno doggi, purtroppo, pur nella sua pesantezza si rischia di avvertire tutto il fascino: «Non vogliamo avere i coglioni rotti da nessuno». I suoi lettori lo vivevano come un leader antipolitico insofferente e sanguigno, un vendicatore alloccorrenza anche volgare, per il resto trepido, gigione, cavalleresco e onesto fino allautolesionismo. Sulla base delle risorse narrative che vanno per la maggiore oggi, senza pregiudizi di schieramento postumo ci si sorprende di fronte a un personaggio di assoluta e quasi profetica modernità. Sia Togliatti che il giovane Andreotti lo liquidavano come «il commediografo», ma proprio il fatto che venisse dallo spettacolo contiene forse il segreto della sua vicenda; così come il tramonto delle ideologie consente di rileggerne la parabola sotto una nuova luce, la stessa che impone prudenza e pazienza nei riguardi dei tanti scomodi ospiti della democrazia.