S'avanza un nuovo mecenatismo Il restauro del Colosseo va al di là della sponsorizzazione e della filantropia. Così grandi imprese e fondazioni bancarie sperimentano nuovi modelli di intervento nel patrimonio artistico. C'è un nemico: la burocrazia Come nel Rinascimento, la logica della donazione non prevede profitto ma prestigio. Gli industriali di Napoli si muovono per Pompei A Firenze, il Duomo è stato finanziato dall'Arte della Lana e l'Arte dei Tessitori ha pagato la costruzione del Battistero I pubblicitari confermano che il mecenatismo paga, perché "i consumatori si legano sempre più all'impresa, alla sua reputazione" Basta con lo statalismo, che non ha funzionato nell'era delle vacche grasse e adesso è diventato improponibile Se bisogna compilare l'apposito modulo, spedirlo e non sapere se si otterranno i benefici fiscali, anche gli spiriti eletti rinunciano "Debbe ancora uno principe mostrarsi amatore delle virtù et onorare li eccellenti in una arte... tenere occupati e' populi con le feste e spettacoli... dare di sé esemplo di umanità e di munificenzia" (Niccolò Machiavelli, "Il Principe"). Era una delle scene favorite di Guido Carli, uomo che amava il teatro. II governatore della Banca d'Italia, con amici o anche ospiti illustri, apriva la finestra di via Nazionale mostrando i tetti dei palazzi romani, i gioielli del Rinascimento, i trionfi della chiesa prima e dopo la riforma tridentina o controriforma. "Vedete, tutto questo non sarebbe sorto senza le meretrici dei cardinali", commentava stringendo in un sogghigno le labbra. Dall'ottocentesco Palazzo Koch, dove ha sede la Banca centrale, si può scorgere la Chiesa del Gesù fatta costruire da Alessandro Farnese junior, il "gran cardinale", come lo chiamò Torquato Tasso nel dialogo "Il Conte overo de l'imprese", definendolo "nuovo Mecenate o, più tosto, nuovo Augusto dei nostri tempi". Avvilito dalla mancata elezione a Papa, considerava quell'edificio sacro nel cuore della città il suo vero monumento funebre, anche dopo essersi ritirato nello splendido palazzo di Caprarola. Del resto, nell'affresco del Paradiso, al centro della cupola, aveva fatto incastonare il proprio nome. Tra gli Horti Farnesiani in cima al Palatino, passeggiava la bellissima figlia Clelia che Alessandro amava immensamente, anche se non le risparmiò matrimoni combinati e infelici. La città piemontese costruita sul colle Viminale lottizzando le terre del cardinale belga Federico Francesco de Mérode (campione dei legittimisti e ministro della Guerra nello stato pontificio che voleva "hausmaniser Rome" per farla assomigliare a Parigi), nasconde purtroppo il Palazzo del Quirinale e soprattutto la villa di Scipione Borghese che pasquinate o "maligne e velenose calunnie" (secondo Gaetano Moroni, autore del "Dizionario di storia ecclesiastica"), suggerivano fosse "inclinato più verso il proprio sesso". Ma, con un pizzico di fantasia, dal tetto di palazzo Koch si può ancora ricostruire l'Urbe dei cardinali. Carli era malizioso, non solo perché le favorite o i favoriti non furono mai gli unici beneficiari e nemmeno il vero scopo della grandeur, ma perché le grandi opere d'arte hanno anche una committenza laica. II Duomo di Firenze venne finanziato dall'Arte della lana, mentre l'Arte dei tessitori pagò il Battistero. E il governo fiorentino commissionò a Michelangelo il "David" da collocare davanti al palazzo della Signoria. Dunque, mecenatismo di stato. Con un obiettivo in mente: celebrare la gloria e la potenza, offrendone l'immagine al nobile e soprattutto all'inclita. Secondo gli insegnamenti di ser Niccolò. Un nuovo mecenatismo comincia a farsi strada anche in questa Italia del Secondo millennio, densa di cimeli, quasi soffocata dalle vestigia della storia, dalla pompa e dal sublime che s'incarna nei manufatti di uomini graziati dal soffio divino. Quattromila musei, 50 mila siti archeologici, 40 mila dimore storiche, 20 mila rocche e castelli, 15 mila biblioteche, una miriade di gallerie, racchiudono un percorso secolare che rischia di sfaldarsi di fronte all'incuria, una pessima gestione, l'endemica mancanza di fondi resa disperata dalla crisi fiscale dello stato. Insomma, il patrimonio più grande del mondo, secondo l'Unesco, finisce tra gli esausti tentacoli del Leviatano, ma non può essere salvato e tramandato solo con l'opera, pur egregia, delle sovrintendenze alle Belle arti. Il restauro del Colosseo è l'esempio finora più eclatante del nuovo clima. E Diego Della Valle fa da battistrada, tanto che a Napoli Paolo Graziano, presidente dell'Associazione degli industriali, ha creato un gruppo di lavoro per salvare Pompei, affidato ad Aurelio De Laurentiis. Per Bernabò Bocca, vicepresidente dell'Associazione Civita, può essere l'inizio di una svolta strategica per valorizzare la più grande risorsa italiana. Non si tratta tanto di sponsorizzare, è qualcosa di diverso e di più. Molto spesso si confonde in un unico calderone lo sponsor, il filantropo e il potente, per lo più politico, protettore delle arti, come Gaio Plinio Mecenate, braccio destro di Ottaviano Augusto e suo rappresentante in Italia e nelle province, alla cui corte risuonavano canti e panegirici, odi, epodi, elegie ed epigrammi. Orazio, Virgilio, Marziale, Properzio che arriva a scrivere: "Mi concedi, o Mecenate questa lode, perché dipende da te, se un giorno si dirà che sono stato uno dei tuoi". E' il patrono a dar luce e senso al protetto. Del resto, l'arte come conoscenza superiore è un concetto romantico, soprattutto tedesco. Al significato di Kunst si dedicano Leibniz e Goethe per tutta la loro vita. E la nozione di artista arriva solo alla fine del Settecento, quando scompare la distinzione tra artigiano meccanico e artigiano liberale. Tra le diverse categorie di benefattori c'è una differenza concettualmente profonda, anche se sottile di fatto. Lo sponsor fa parte dell'economia dello scambio, il mecenate o il filantropo entrano nell'economia del dono, "più complessa e impalpabile - spiega l'economista Massimo Lo Cicero - nella quale c'è un vantaggio per tutti: il premio non è il profitto, ma accrescere il prestigio, un'utilità individuale diventa sociale e in questo modo chi elargisce aumenta indirettamente anche la sua forza sul mercato". "Avvicinandoci al Rinascimento - scrive Jacques Le Goff nel suo 'Le Moyen Age et l'argent', tradotto in Italia da Laterza sotto il titolo 'Lo sterco del diavolo' - il mecenatismo si diffonde al punto che, anche se l'attività economica non ha assunto il carattere precapitalista che le si è voluto attribuire, i cosiddetti banchieri, con gli italiani in prima fila, tendono a individuare come fonte di prestigio sociale più la politica e il mecenatismo che i successi commerciali". A differenza da Giovanni di Bicci de' Medici, il nipote Lorenzo non sarà famoso come re di denari, ma come politico e mecenate. Non solo, lo storico francese sottolinea che "il fenomeno concorse in misura significativa ad aumentare le spese e di conseguenza il fabbisogno di moneta"; oggi parleremmo di un acceleratore per la domanda interna, misura espansiva e antirecessiva, sia pur consumistica e non produttiva. Una funzione della classe agiata illustrata dal sociologo norvegese-americano Thorstein Veblen il quale, nel 1899, spiegava perché la ricchezza debba essere non solo accumulata, ma ostentata con il possesso di beni preziosi, arrivando a stabilire un rapporto proporzionale tra valore monetario e importanza del bene. Dunque, mecenatismo come lustro al blasone, ma anche come indice di società affluente. A Le Goff dà ragione proprio Della Valle che stanzia 25 milioni per restaurare il Colosseo nei prossimi tre anni: "Non lo faccio per portare a casa un ritorno, ma per orgoglio e dovere verso il mio paese", spiega. L'utile c'è, sia chiaro, ma più indiretto e sofisticato. L'accordo con la soprintendenza e il comune prevede che possa definirsi urbi et orbi, nella città e nel mondo, "sostenitore unico del restauro", abbinando la dicitura ai propri segni distintivi anche attraverso la fondazione Amici del Colosseo che potrà promuovere e pubblicizzare gli interventi in corso in Italia e all'estero. Il gruppo Kerakoll, il più importante produttore mondiale di materiali ecocompatibili per il restauro, ha offerto la sua disponibilità a fornire materiali e competenze tecniche alla soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma. Gratis, naturalmente, perché questa è l'essenza della donazione. Così, otterrà senza dubbio un effetto immagine, ma potrà anche sperimentare le sue tecniche su un palcoscenico unico al mondo. I pubblicitari confermano che il mecenatismo paga, anche se non in moneta sonante. Secondo Annamaria Testa, che se ne intende, "oggi i consumatori sono meno legati al prodotto e più all'impresa, alla sua corporate culture, a un modello reputazionale. Insomma, è l'imprenditore a fare la differenza". Non a caso, tutti si chiedono che fine farà Apple senza Steve Jobs, il geniale fondatore, al timone. Mentre Bill Gates con la mega fondazione sua e della moglie ha messo in sordina l'accusa di essere un monopolista del software, approfittatore e fagocitatore di invenzioni altrui. Quella americana è ormai una filantropia istituzionale su grande scala. La Fondazione Rockefeller ne rappresenta il modello, non solo perché ha fatto della salute il vero fulcro della propria attività, cominciando con la lotta alla malaria. Tuttavia il livello macro si è sposato con quello micro creando un vero e proprio fenomeno di massa. Tra i molti esempi virtuosi, la Fondazione MoMa, Museum of Modern Art di New York, che attrae sia le maggiori imprese sia benefattori privati. Gli Stati Uniti sono il paese con la più alta inclinazione caritatevole per la cultura: secondo la Giving USA Foundation, i singoli hanno contribuito per tre quarti al fondo per le donazioni liberali, con una quota pari all'1,6 per cento del prodotto lordo. In Italia è esattamente l'opposto. Un'indagine condotta da Civita mostra che il 47 per cento delle aziende con oltre dieci dipendenti investe in cultura (la percentuale sale con la dimensione), mentre sono molto pochi i singoli donatori. Come mai? Gli italiani hanno il braccino corto? Entrano nei musei (almeno un quinto ogni anno dice di averne visitato uno), ma non spendono. L'economista Giuseppe Pennisi ha studiato a lungo la materia anche per il ministero dei Beni culturali, e spiega che esiste un problema di regime tributario. I singoli possono dedurre solo il 19 per cento. Le imprese preferiscono le sponsorizzazioni anche se assoggettate all'Iva del 20 per cento rispetto alle erogazioni liberali (entrambe integralmente deducibili). Ma c'è un fardello ancor più pesante che riguarda l'efficienza amministrativa. Lo spiega Pietro Antonio Valentino, docente alla Sapienza. In uno studio su "fiscalità e mecenatismo culturale" per conto del ministero, mette sotto accusa "il barocchismo delle procedure. Non si capisce perché il soggetto erogatore, presentando la tessera fiscale, non possa fare la sua donazione e ricevere in cambio lo scontrino che autorizza l'agevolazione. Come avviene nella maggior parte dei paesi avanzati. Basterebbe dotare i musei di un lettore ottico o di un apposito registratore e a quel punto i pagamenti potrebbero essere fatti in contanti. Semmai, si potrebbe prevedere un limite minimo di cento euro per avere diritto alle agevolazioni. Il visitatore dell'Abbazia di Westminster a Londra trova sui banchi una busta gialla dentro la quale può lasciare le banconote per la sua donazione scrivendo il proprio nome e indirizzo". Piccoli espedienti per raccogliere le gocce del mare? Nient'affatto, operazioni essenziali perché Valentino ritiene che il mecenatismo diffuso sia fondamentale, come mostrano gli esempi stranieri. Si pensi che per il Metropolitan Museum of Art di New York i mecenati complessivi sono 135 mila ogni anno, il 70 per cento rappresentato da piccoli donatori con somme medie inferiori ai cento dollari. All'American Museum of Natural History, a New York, l'ala destinata ai dinosauri è intitolata a David Koch, il secondo dei fratelli che guidano "la più grande impresa della quale non avete sentito parlare". Ma l'elenco dei singoli benefattori fa bella mostra di sé all'ingresso di ogni grande esibizione e istituzione culturale americana, dalla musica all'arte. E' vero che gli italiani possono lamentarsi di pagare più tasse degli americani (quelli che le pagano), quindi si aspettano che i loro quattrini vengano impiegati per difendere e trasmettere quel che i loro avi, principi e cardinali, artisti e commedianti, hanno costruito e creato. Ma non basta a comprendere questa lontananza tra il portafoglio e il godimento dello spirito. L'economia del dono è più diffusa là dove è più sviluppato ed esteso il capitalismo, non viceversa. Spiegarlo con teoremi religiosi del tipo weberiano, lo spirito protestante e via discorrendo, è una scorciatoia che non porta da nessuna parte. Dunque, occorre davvero introdurre un costume nuovo. Basta con lo statalismo e con la convinzione che tanto a pagare sarà sempre Pantalone. Non ha funzionato nell'era delle vacche grasse, adesso è improponibile. Tuttavia, senza adeguati interventi è impossibile cambiare il senso comune, tanto meno i comportamenti individuali. Se bisogna compilare "l'apposito modulo" seguendo diciture burocratiche incomprensibili ai più, spedirlo e non sapere mai se e quando ottenere i benefici fiscali, anche le anime belle e gli spiriti eletti s'arrendono. La realtà, dunque, si presenta sfaccettata. Secondo i dati del ministero, le erogazioni liberali per la cultura, in generale si sono ridotte del 14,7 per cento. La crisi si è fatta sentire. Per un mecenate che viene ce n'è uno che va. Barilla ha lasciato il Festival Verdi e gli industriali parmensi hanno ridotto l'assegno. Sono gli uffici marketing delle imprese a decidere le convenienze. E spesso, quando il bilancio langue, scelgono impieghi che garantiscono ritorni magari più effimeri, ma immediati. Un altro punto debole, aggiunge Pennisi, è che "non riusciamo ad attirare mecenati stranieri. In particolare dalla Cina che, pure, ha manifestato interesse". Il colosso asiatico si appresta ad aprire tre borse destinate ai beni culturali. Se la Scala fosse una società per azioni potrebbe essere quotata e attingere denaro dal mercato. La legge lo impedisce e bisognerebbe cambiare la Costituzione, tuttavia veste giuridica e assetti proprietari rappresentano due vincoli in più. Bernabò Bocca cita l'esempio di François Pinault a Venezia: il Museo di Arte contemporanea alla punta della Dogana ha cambiato volto a quella parte della città. "Mi auguro che grandi investitori stranieri vengano anche a Firenze, la città dove vivo", aggiunge il presidente di Sina Hotels, una delle maggiori catene alberghiere italiane. La maggior parte dei denari privati destinati alla cultura e al patrimonio artistico, cioè 74,5 milioni di euro, proviene dalle banche (sono 49 quelle registrate nel 2009) e da 30 fondazioni di origine bancaria. Due terzi dei fondi sono andati agli spettacoli e sono stati assorbiti soprattutto dalla Scala (5,7 milioni), dal San Carlo, due milioni a testa dall'Accademia di Santa Cecilia e dalla Fondazione Sorgente Group (che fa capo a una finanziaria immobiliare), dalla Fondazione Cini e dalla Fondazione Sorrento rispettivamente per un milione e 900 mila euro. Un evidente squilibrio distributivo. Le fondazioni di origine bancaria hanno offerto un modello al quale fa riferimento in una sua ricerca comparata Lester Salamon della Johns Hopkins University, nel suo studio intitolato "Philantropication through privatization". Nel momento in cui Giuliano Amato nel 1990 vara la legge che porta il suo nome sulla privatizzazione delle casse di risparmio, vengono separate l'attività creditizia e quella filantropica che per secoli si erano concentrate nello stesso soggetto. Eredi dei monti dei pegni e delle casse di mutuo soccorso, svolgevano attività di interesse sociale e gestivano grandi patrimoni anche artistici e culturali i quali sono stati scorporati affidandoli alle fondazioni diventate, a loro volta, azioniste rilevanti delle stesse banche. Nell'insieme, possiedono un patrimonio stimato in 50 miliardi. Poco più di un terzo è impiegato in attività bancarie, il resto va in gestioni ed investimenti di medio e lungo termine. Grazie a una normativa introdotta da Giulio Tremonti nel 2001, riguardano sempre più attività di tipo filantropico. Ogni anno le fondazioni erogano un miliardo e mezzo per arte, cultura, ricerca, formazione. Ma non sono mecenati in senso stretto, la loro funzione entra nel vasto territorio delle iniziative no profit, nel mercato, ma fuori da una logica puramente capitalistica. Dunque, una dimensione che va oltre la stessa filantropia e si è già diffusa in Europa e in America, come negli esempi analizzati dal professor Salamon. Il modello più vicino è quello austriaco, formatosi anche lì con la privatizzazione delle casse di risparmio; ma anche la Polonia postcomunista ha seguito la stessa strada, mentre in Germania la Fondazione Volkswagen nasce con il 60 per cento di proventi della vendita della società pubblica negli anni Sessanta. Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Associazione casse di risparmio e della Fondazione Cariplo, senza dubbio la più ricca tra tutte con i suoi 6,5 miliardi di euro, crede in questa forma economica bifronte. E non perde occasione per difenderla e rilanciarla. L'anno scorso ha speso 213 milioni e per quest'anno s'impegna a mantenere lo stesso livello nonostante la crisi. Non tutte hanno fatto lo stesso: le fondazioni hanno speso nel 2010 nove milioni in meno. Ex democristiano, presidente della regione Lombardia dal 1979 al 1987, poi diventato banchiere, Guzzetti parla di "sussidiarietà orizzontale"; in altri termini, una società civile capace di realizzare iniziative originali, libere, responsabilmente e autonomamente gestite. Dunque, si tratta di coinvolgere i corpi intermedi della società nel soddisfacimento dei bisogni, da quelli materiali, legati all'assistenza sociale, fino a quelli dello spirito. Ad essi i pubblici poteri sono tenuti a dare il sostegno necessario. Insomma, un po' di blairiana terza via e un po' di "big society" alla Cameron. L'Associazione Civita, alla quale partecipano 180 aziende, è diventata un catalizzatore di iniziative nell'ottica di trasformare un problema, la tutela del patrimonio artistico e culturale, in una opportunità, anzi una leva di sviluppo, insiste Bocca. Ma ci vogliono alcune condizioni fondamentali: regole certe ed efficienza amministrativa; incentivi fiscali; investimenti stranieri; una strategia da parte del governo, ma soprattutto volontà delle imprese. "Sono loro che possono fare da battistrada". La via al nuovo mecenatismo segue molti percorsi. Per l'Accademia di Brera, ad esempio, si pensa al modello Louvre, un'icona e una parola d'ordine che si ripete da almeno un decennio in una Milano che non ha un vero museo moderno. Rovistando indietro negli archivi si trova un "modello Louvre" nel 2001 sulla bocca di Giovanna Melandri, allora ministro dei Beni culturali nel breve governo Amato. Nel luglio scorso è stato firmato il protocollo d'intesa che dà il via a un progetto chiamato la Grande Brera che i giornali hanno battezzato "il piccolo Louvre". Dovrebbe essere pronta per il 2015, fatidica data dell'ancor più fatidica Expo. E chi paga? Il ministero ha fatto i conti e c'è bisogno di oltre cento milioni. A parte gli enti locali e gli Amici di Brera, ha fatto appello alla solita Fondazione Cariplo. Ma forse bisogna estendere ancora il raggio d'azione. Anche per Pompei si guarda al Louvre, "un grande luogo di cultura di respiro internazionale dove stato e privati lavorano insieme con successo", spiega Paolo Graziano. Vuol mettere in campo investitori istituzionali da tutto il mondo, fondi sovrani, gli sceicchi del Golfo Persico. Ma la chiamata a raccolta degli industriali campani riguarda anche interventi magari meno massicci ma altrettanto importanti, per esempio l'anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere. Una scossa quanto mai utile, perché proprio il sud è il più povero sia nella classifica dei donatori sia nelle iniziative che si contano sulle dita di una mano. L'imprenditore partenopeo ha già sottoposto le sue idee a Mario Resca, manager, capo di McDonald's Italia, chiamato da Sandro Bondi alla direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, tra le proteste dei tradizionalisti e degli statalisti. "Dalla risorsa beni culturali bisogna generare ricavi", ha risposto. L'esperienza nel privato dovrebbe aiutarlo, la crisi non milita a suo favore. La nouvelle vague dei donatori diventa una via d'uscita? Ora che il ministro ha ottenuto una nuova fiducia dal Parlamento, può rimettersi al lavoro per una vera e propria riforma della politica culturale. Vincendo le resistenze stataliste, ma anche una diffusa diffidenza degli italiani. Che non si basa solo su ignoranza, egoismo o tirchieria, semmai su un diffuso scetticismo giustificato dalla scarsa efficienza pubblica. Puntare sugli individui, sulle imprese o sulle fondazioni? Dal mecenatismo del signore a quello di massa, più adatto a una società democratica? La discussione è aperta, ma una nuova primavera per il mecenatismo è una strada obbligata dalla crisi. Non solo. Occorre fare una riconversione mentale, ridisegnare il confine tra pubblico e privato, tra stato, imprese e cittadini anche nella cultura. In fondo, il Rinascimento è nato così. Senza sognare enfatici ritorni a quando l'Italia era una superpotenza, si può provare a ricominciare, sia pure in forme aggiornate, rispolverando le cose belle che piacciono al mondo e creandone di nuove.