La Casa delle Vestali riapre al pubblico. Tornano a risplendere i tesori che sono il vanto dell'Urbe. Calendario dei restauri che verranno La Casa delle Vestali è uno degli angoli più suggestivi del Foro Romano. Chiusa da oltre vent'anni per restauri e consolidamenti, finalmente è tornata visibile al pubblico. Si tratta di un ampio quadriportico alle pendici del Palatino, aperto su un prato con al centro tre bacini, due quadrati e uno inizialmente rettangolare poi ottagonale. Lungo uno dei lati lunghi sono ancora in piedi statue di Vestali Massime e il peristilio è ingentilito da opere a verde, con romantici cespugli di rose ripristinati almeno in parte con le antiche essenze. La presentazione dei restauri, giorni fa, è stata un successo. Giornalisti, fotografi e cameraman si accalcavano nello spazio circolare del Tempio di Romolo per seguire gli intervenuti, tra i quali spiccava l'archeologo Andrea Carandini, che tra Foro Romano e Palatino sta riportando alla luce non solo le mura e i marmi ma la storia della città, con una nuova fascinosa lettura dei miti fondatori di Romolo e Remo. La Casa delle Vestali è una zona cara alla mia memoria. Da ragazzo, con i miei amici, venivamo spesso al Foro Romano e al Palatino. C'era la guerra, l'area era pressoché incustodita, ci infilavamo spericolatamente nelle buie gallerie del muro di sostegno del palazzo imperiale, fantasticando di scoprirvi mirabilie d'ogni genere. Le statue e i marmi erano di un bianco vellutato, non ancora ingiallite e striate dalla morchia delle piogge acide. Nelle vasche galleggiavano le alghe, nuotavano i girini e i ditischi che da entomologo in erba raccoglievo in approssimative collezioni. Dominata dalle arcate, leggere ma imponenti, del palazzo imperiale, la Casa delle Vestali aveva un suo particolare, sommesso fascino, dovuto al fatto che l'impianto del peristilio è rimasto pressoché intatto e il prato era, anche allora, verde. Pareva quasi di vedere le bianche monache aggirarsi, silenziose e severe (la statuaria femminile classica è sempre severa) dinanzi al simbolico focolare della città, curando che non fosse mai spento - pena una fustigazione in pubblico. L'archeologia è il vanto (ma anche la dannazione) di Roma. Il complesso costituito da Foro Romano, Palatino, Colosseo e Domus Aurea è forse la più grande zona archeologica del mondo. Nonostante sia perforata dagli scavi come una groviera, c'è sempre la possibilità che dal suo terriccio sbuchi fuori un capolavoro: del resto, qualcuno giura che a Roma, da qualche parte, a due metri sottoterra e in attesa di un munifico Papa rinascimentale, esista ancora la statua gemella del Laocoonte. Basta scoprirla. Ce ne sarebbe bisogno, perché, come successe ai suoi tempi con il famoso gruppo del Giardino del Belvedere, in Vaticano, l'arte contemporanea potrebbe averne una sterzata e tornare al classico o al neoclassico, dopo gli squali e i teschi in diamanti di Damien Hirst, gli impiccati di Maurizio Cattelan, la sanguinolenta macelleria di Hermann Nitsch o i preservativi gonfiati di Jeff Koons. Quella del mirabile ritrovamento è ipotesi ampiamente giustificata dai fatti: se non proprio a Roma, nei suoi prossimi dintorni - sulle sponde del lago di Nemi - pochi giorni fa sono riemersi i frammenti di una gigantesca statua, in prezioso marmo pario, dell'imperatore Caligola raffigurato, pare, come Zeus in trono. Si sa che il malfamato imperatore aveva nella zona una villa e varò sul lago due enormi navi da diporto per i suoi capricciosi festini aperti ad affaristi di dubbia fama, procacciatori, escort e magari femminielli. I resti delle due navi, affondate chissà quando, furono riportati a secco nel 1932, dopo cinque anni di lavori durante i quali il livello del lago venne molto abbassato (e non tornò più ai livelli di prima) per essere collocati, come infallibile attrazione turistica, in un museo appositamente costruito. Nel 1944, le due carcasse lignee furono date alle fiamme da tedeschi in fuga. Oggi il museo ospita i modellini delle navi e scarni reperti bronzei. Il frammento della statua di Caligola era già in viaggio dentro un Tir per essere spedito in Svizzera, destinato al mercato clandestino internazionale. Lo hanno scoperto i finanzieri del Gruppo tutela patrimonio archeologico. Il recupero ha dato la conferma della presenza nei paraggi della ricca villa imperiale. Ora, però, occorre battere sul tempo i tombaroli clandestini, pronti a saccheggiare il sito senza alcuno scrupolo e con scarsa paura di una legge inoffensiva, per la quale le loro ruberie restano quasi sempre impunite. Anche la Benemerita ha costituto un Nucleo per la tutela del patrimonio culturale. Proprio pochi giorni fa i suoi carabinieri hanno recuperato, ad un'asta londinese, una testa del dio Pan, pregevole marmo tra il I e il II secolo dopo Cristo, rubata dall'Antiquarium del Celio, divenuto una specie di pozzo di san Patrizio per i clandestini che vi facevano man bassa di reperti. E quando si dice il fiuto professionale: uno dei carabinieri del nucleo, in vacanza a New York, vede nella vetrina di un antiquario un torso di statua femminile che a lui sembra familiare. Lo fotografa col cellulare e, tornato a Roma, fa qualche riscontro: scopre subito che si tratta di un'opera di età romana, databile tra il I e il II secolo d.C., rubata nel giugno 1988 dal Museo di Terracina. Le opere rubate non vanno solo nelle mani di collezionisti privati. Poco tempo fa è finita sotto processo per associazione a delinquere, ricettazione, traffico illecito di beni archeologici e acquisizione illegale di 35 opere l'esperta americana Marion True, curatrice del Getty Museum, che a queste imbarazzanti operazioni non è nuovo. L'area archeologica romana può comunque riservare sorprese, anche se non proprio novità. Basta tenere in buono stato quel che c'è. Nuove eccitanti restituzioni si annunciano proprio accanto alla Casa delle Vestali e la Via Nova: negli ultimi giorni di marzo, in occasione di una grande mostra su Nerone, sarà possibile ripercorrere la rampa Domizianea per salire in vetta al Palatino, ammirare di nuovo la fonte di Giuturna con il suo tempietto dedicato ai riti delle acque, il tempio dei Castori dalle tre eleganti colonne dell'età di Tiberio. In autunno sarà accessibile il Lapis Niger, la sacra "pietra nera" con l'iscrizione arcaica bustrofedica, infossata sotto terra nel luogo deputato ai comizi repubblicani, anch'esso oggetto di lavori di risistemazione: il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro ha promesso un concorso di idee per rendere tutto visitabile dall'interno. E il Foro e il Palatino saranno dotati di un sistema di didascalie informative, per aiutare a raccapezzarsi un po' le migliaia di visitatori che si aggirano tra quell'incomprensibile pietrame (è sperabile che non si voglia installare tra i marmi un sistema di visualizzazione virtuale in tre dimensioni - come oggi sono in voga - per nutrire pigre immaginazioni). Ai margini del Foro è da poco tornato agibile il Tempio di Venere e Roma. Eretto da Adriano su una gigantesca piattaforma con affaccio sul Colosseo, aveva due portici e un doppia cella dalle absidi contrapposte, che ospitavano le statue della dea e della città personificata. Venere era la dea protettrice della gens Iulia, e l'abbinamento della sua immagine a quella della città è la risposta più eloquente alle tesi dei neocon americani che esaltavano l'Impero romano e le sue virtù "marziali", contrapponendole alla mollezza "venusiana" dell'imbelle Europa di oggi. Il sottosegretario Giro ha anche ricordato come, con la riapertura di questo tempio, del terzo anello del Colosseo e della villa imperiale dei Quintili sull'Appia antica il 2010 sia stato, per l'archeologia romana, un anno di buoni raccolti. E ha promesso altrettante meraviglie per il 2011. In primavera tornerà agibile lo stadio situato sulla sommità del Palatino, una arena lunga 160 metri e larga 48 costruita da Domiziano, con posteriori rifacimenti fino a Massenzio. Veramente lo stadio è già ora visibile, sia pure dall'alto del muro di cinta. Ora che sarà riaperto c'è però il rischio che ecciti gli appetiti di qualche autorità o potentato capitolino, come è successo al Circo Massimo, che qualcuno ha pensato di utilizzare come pista per gare di sci di fondo, con neve trasportata da fuori o forse fabbricata in loco dalle apposite macchine. Un'idea improbabile, sepolta quasi subito dal ridicolo generale. Non solo il Palatino e il Foro restituiranno al pubblico ambienti, scenari e capolavori sottratti al pubblico da tempi immemorabili. Viene annunciata l'imminente riapertura di alcune sale delle Terme di Diocleziano, proprio dirimpetto alla stazione Termini. Era il più vasto complesso termale dell'antica Roma, si estendeva per tredici ettari e nelle sue vasche, palestre e buvette poteva accogliere fino a tremila persone contemporaneamente. L'attuale piazza della Repubblica occupa l'area della esedra gradinata, era una specie di fitness center all'aperto. Nel 1561, Papa Pio IV commissionò a Michelangelo la trasformazione in chiesa della parte centrale dell'enorme rudere: il vecchio maestro si limitò al restauro conservativo della crociera greca, con una visione da architettura brutalista, quella che andava di moda anni fa. Successivamente, grazie all'intervento settecentesco del Vanvitelli, è nata la splendida basilica di Santa Maria degli Angeli, seconda solo a San Pietro. L'annunciato restauro consentirà di riaprire al pubblico, dopo trenta anni, la "natatio", la piscina scoperta di oltre 2.500 metri quadrati, con la sua spettacolare facciata e il prospetto mistilineo a esedre rettangolari o semicircolari e nicchie un tempo occupate da statue. Anche per questi recuperi è stato progettato un sistema multimediale che consenta di restituire almeno un'idea virtuale degli ambienti. Prima ci si doveva accontentare delle stampe del Palladio e del Piranesi. Il risvolto, anzi la dannazione, di queste meraviglie è che a Roma, tanto per dire, la metropolitana costa il doppio, perché le gallerie devono essere scavate molto più sotto che in altre città, così da evitare di incontrare rovine magari eccezionali, e ogni cantiere edilizio è a rischio di chiusura, sia pur temporanea, per consentire almeno di prendere i rilievi del materiale archeologico in cui si sono imbattute le ruspe, e i costi lievitano. Naturalmente, contro i fautori della conservazione e del salvataggio a ogni costo c'è il partito dei contrari, quelli che dicono che già ce n'è tanti di ruderi che non si sente davvero il bisogno di conservarne o tirarne fuori altri. Le autorità capitoline, i sindaci di turno, devono destreggiarsi a fatica tra i due partiti. Una volta Petroselli dovette precipitarsi in certi cantieri per la costruzione di un nuovo quartiere perché le scavatrici avevano messo in luce, se ben ricordo, una intera città preromana. "Non ci fermeranno", tuonò. Rutelli fece fuoco e fiamme quando il soprintendente archeologico di allora, l'ostico La Regina, mise il veto allo scavo, davanti a Castel Sant'Angelo, del tunnel che avrebbe abbreviato di un chilometro il traffico automobilistico in un punto delicato del lungotevere: "So' quattro cocci", fu il suo lapidario commento, ma il tunnel non venne fatto. Quando però emerge dalla terra il più piccolo frammento marmoreo, sindaco, vicesindaco e assessore si precipitano a farsi fotografare, bene in vista, a fianco del reperto, sembra che lo abbiano scavato loro. Mi ricordo di un vicesindaco o assessore alla Cultura che andò in estasi perché, durante gli scavi attorno alla Via dei Fori apparve, come unica trouvaille, una testina di marmo alta otto centimetri. Erano, quelli, gli scavi forse più inutili fatti a Roma; il grande Federico Zeri me lo disse, in tono sarcastico, telefonandomi alle sette di mattina, come spesso faceva (allora ero consigliere comunale): "Lì sotto non c'è più nulla, solo murature medievali di nessun valore". Aveva ragione. Il più spettacolare dei restauri del 2011 sarà il restauro del Colosseo. Al solo annuncio i giornali, anche non romani, ci hanno fatto grossi titoli. Il Colosseo è il monumento romano più visitato, forse più di San Pietro, ma il suo stato di salute è precario, pare ci sia sempre il rischio che qualche pezzo di travertino si stacchi da un cornicione e piombi a terra. E' incredibile, ma fino ad oggi non si sono trovati fondi per rimettere in sicurezza il famosissimo rudere. Il sindaco Alemanno ha detto che dinanzi a tanta precarietà e incuria lui prova un incubo. Nonostante, o forse grazie a questa nota pericolosità, il Colosseo è da sempre l'ultima tribuna dei disperati e dei mitomani, dei depressi incurabili, dei poveracci e degli affabulatori, che un giorno sì e l'altro pure si sporgono dalla sommità dei suoi marmi per annunciare la loro estrema volontà, il penultimo suicidio: a scongiurare il quale i questuanti invocano di volta in volta una casa, un tetto, una nuova famiglia, denaro in contanti, un aereo pronto a Ciampino, una promessa del sindaco, un impegno del presidente della Repubblica, la presenza immediata del Papa, oppure rivolgono una invocazione alla Madonna per l'inafferrabile grazia o scagliano l'insulto gratuito e incomprensibile a tizio e caio, chiedono riparazione per torti ormai mitici, il capufficio o la moglie fedifraga, eccetera; sempre dinanzi a una folla di passanti e turisti allibiti e rapiti, increduli e sadici che si attardano a naso in aria laggiù in basso, dopo essersi fatti la fotografia-ricordo abbracciati a uno dei grevi centurioni fasulli in tunica rossa, elmo e corazza di plastica che sono la piaga dei monumenti romani, dal Colosseo al Pantheon. Il restauro avrà come mecenate l'industriale Diego Della Valle, che vi impegnerà 25 milioni in tre anni. Una decina di anni fa, l'allora Banca di Roma investì circa 40 miliardi di lire per un avvio di lavori, ma le tecniche dell'epoca consentirono, con quella pur ingente somma, la sistemazione solo di un'ala del monumento. Questa volta, oltre al restauro dei prospetti esterni, sarà realizzata la sistemazione degli interni degli ambulacri e delle vaste aree ipogee oggi compromesse dall'umidità, la messa in opera di una cancellata nonché di adeguati impianti di sicurezza e per la mobilità. Sarà anche cambiata l'illuminazione e, all'esterno, verrà eretto un centro servizi di 2.700 metri quadrati. Qualche malalingua ha sospettato che il monumento diventerà per tre anni uno spot pubblicitario, inguainato magari dentro una gigantesca calzatura, un po' come quando si ipotizzò che Christo potesse imballarlo in una fasciatura di plastica, così come aveva già fatto in altri luoghi e paesaggi famosi, in tutto il mondo. Il generoso privato ha invece garantito di non voler alcuna contropartita pubblicitaria visibile - non installerà nemmeno un cartellone gigante tra le gradinate - ma si accontenterà del ritorno di immagine costituito dalla diffusione della notizia e dei dettagli dell'esecuzione del restauro: la prima intervista pubblica, piazzata sotto gli arconi del Colosseo, è stata adeguatamente trasmessa dalla tv. Sembra assurdo che questo monumento, che da solo incassa, con il flusso turistico, una media di 85-90 mila euro al giorno, abbia dovuto attendere l'intervento di un privato per essere ripulito un po'. Pare sia il primo esempio di collaborazione pubblico- privato nel campo della conservazione, tutela e valorizzazione delle opere d'arte e della cultura. Di questa possibilità si parlò con un occhio a Pompei ma non se ne fece niente, era solo un annuncio propagandistico della destra, ansiosa di distinguersi dalla sinistra parruccona e iperconservatrice con una nuova e moderna politica di "valorizzazione" economica dei beni culturali. Alla presentazione del Progetto Colosseo hanno sgomitato autorità cittadine e sottosegretari, assente invece il ministro Bondi, amareggiato dalla mozione di sfiducia parlamentare che, a suo dire, lo perseguita ingiustamente. Dopo il Colosseo sarà la volta della piramide di Caio Cestio Epulone. Inglobata nella cinta delle mura aureliane, è un esempio spettacolare dell'influenza del gusto egiziano a Roma nel I secolo dopo Cristo. Come successe per la cappella Sistina, anche questa volta saranno i giapponesi, anzi un imprenditore giapponese, a intervenire con un milione di euro. Non sembra invece che nessuno si sia ancora offerto di sponsorizzare i restauri della Domus Aurea neroniana. Ci vorrebbero una cinquantina di milioni per evitare che un giorno o l'altro finisca per crollare sotto il peso dell'incuria. E pensare che siamo a Roma, la venerabile capitale del più grande Impero del mondo antico.
il Foglio
29 Gennaio 2011
✓ Entità verificate
Roma città scoperta
AN
Angiolo Bandinelli
il Foglio
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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