A Gonfienti, vicino a Prato e sotto la Calvana, dorme un centro del VI secolo a.C. distrutto da unalluvione Ha già rivelato resti preziosi tanto da allestire un museo Ma molto è ancora sepolto: e gli scavi sono fermi da anni Quello che vedi e calpesti tra erbacce e arbusti stecchiti dal gelo, è una fetta di pianura sotto alla montagna spelacchiata della Calvana. La "Prato etrusca" di Gonfienti dorme qui sotto. In 20 ettari di campi incolti (sette nel territorio di Campi), recintati da una rete con telecamere, nella piana pratese tra il Bisenzio e il torrente Marinella. Provi a immaginarla con laiuto di quei sassi bianchi, che segnano un quadrato, le fondamenta di un edificio di 1400 metri quadrati venuto alla luce con gli scavi. Una visione subito contaminata: intorno sfrecciano solo camion e lunghi tir in entrata e uscita dalla dogana dellInterporto. Strade, vie di commercio, traffico. Eppure è da qui che si deve partire per immaginare la città sommersa. Dalla via di collegamento Nord e Sud già presente nella preistoria, quellattraversamento transappenninico che univa Chiusi, Cortona e Arezzo, il guado dellArno e lEtruria padana. «Qui fu fondata Gonfienti, e al di là dellAppennino Marzabotto. Due città etrusche speculari - spiega Gabriella Poggesi, direttrice degli scavi archeologici dal lontano '97 - siamo a metà del VI secolo a.C., ci sono i centri etruschi di Artimino e Fiesole. Il mar Tirreno è infestato da battaglie tra etruschi, greci e cartaginesi, le coste sono meno sicure del VII secolo, i commerci si spostano allinterno, sorgono due nuove città: Gonfienti e Marzabotto». Ma quello che vedi di Gonfienti non sono solo le pietre dellunica casa scavata e di alcuni tratti di strada. In un nuovo edificio dellarea Interporto, annesso allantico mulino medievale, è conservato tutto il materiale proveniente dagli scavi, purtroppo interrotti da anni. Ed è tra migliaia di cassette di reperti, tavoli pieni di vasellame, che prende forma la città sepolta. «Cè quanto basta per aprire e allestire un intero museo» osserva Poggesi. Già, e per immaginare il tesoro etrusco di Prato. «Quelledificio riemerso era parte di un centro urbano pensato, progettato, pianificato e costruito. "Centuriato", come dicevano i romani. La casa aveva scannafossi, canali, fogne che passavano sotto la strada, un capillare controllo di pendenze per regimare le acque fino al Bisenzio. Faceva parte di un insediamento che si snodava con edifici modulari lungo le strade in pietrisco, che si incrociano ad angolo retto. Un centro esteso, come hanno evidenziato i numerosi saggi nel terreno. Una città vasta, eppure di vita breve: appena due secoli e alla del V sec. a. C. labbandono. Forse hanno perso il controllo delle acque che avevano così ben risolto, e unalluvione li ha costretti ad abbandonare le aree della pianura, a spostarsi in collina». È riemersa la pianta della casa, con molte stanze aperte sul cortile con impluvium. I resti del tetto collassato sono stati rimontati: tegole e coppi, con antefisse con teste di menadi collocate ai quattro angoli del portico. La zona della dispensa ha restituito grandi otri o "dali" per conservare i cibi. Nei locali del banchetto sono stati ritrovati notevoli quantità di vasi, buccheri di pasta grossolana, attingitoi rituali di perfetta manifattura: le anse che raffigurano un uomo che regge per le corna un toro, poi si stilizzano in palme. Un pezzo rarissimo ha inseriti nelle volute del bucchero due denti di cinghiale. E poi miriadi di "calici su alto piede", tipici di questa zona, coppe di Douris con figure in ceramica attica a vernice nera, raffinati vasi "askòs" con testa di uccello (ovvero piccole otri di pelle rifatte in ceramica), brocche, ciotole e vasi di ogni tipo ricomposti miracolosamente dal restauro dei frammenti. «Abbiamo stipato qui 1200 cassette di laterizi del tetto e 2000 cassette di frammenti di ceramiche. Eppure abbiamo scavato pochissimo. Solo in tre punti, in modo da poter percepire il concetto della città» osserva Poggesi, con lassistente Elisabetta Bocci, il restauratore Franco Cecchi e il geologo Pasquino Pallecchi custodi di questo patrimonio. Così, osservando i manufatti, ti immagini unabitazione opulenta, di un ricco commerciante che si permetteva di acquistare costosa ceramica attica, in qualche caso appesa alle pareti visto che è stato ritrovato anche il chiodo che la reggeva. Un città di quanti abitanti? Le case avevano anche due piani come nei vicus etruschi di area romana? Erano commercianti e agricoltori? E dovè la necropoli con le ricche tombe dove gli etruschi mettevano le ceramiche più belle? Gli archeologi tacciono. Lo scavo fatto fino da oggi non permette risposte. «Di certo sappiamo che qui sono sommerse le origini di Prato, abbiamo rinvenuto reperti anche delletà del bronzo, ma la città etrusca è tutta da scavare». Dorme sotto zolle ed arbusti. Forse la necropoli è sepolta per sempre in zone periferiche già costruite. Non nellarea dellInterporto che si è sviluppato linearmente, modificata dal risveglio di Gonfienti, lasciando in pace quei 20 ettari da scavare. In questi lentusiasmo della scoperta ha portato molti pratesi e scolaresche in visita, sono state organizzate conferenze e spettacoli. «Tutti i candidati politici si sono appassionati al recupero della storia che giace qui sotto, ne hanno fatto il cavallo di battaglia delle loro candidature. Ma da tempo Gonfienti non va più di moda. E tutto tace sul progetto per riprendere i lavori di scavo, presentato a settembre del 2009. Allora tutti gridavano al riscatto: riemerge la Prato antica, più antica di Firenze» commentano gli archeologi. Eppure lo scorso anno, ad aprile, è stato siglato un accordo tra le Province di Prato e Firenze, i Comuni di Prato, Carmignano, e Campi per creare il "Parco archeologico di Gonfienti-Artimino e Comeana". «È tutto fermo lì sulla carta» aggiunge Poggesi «e intanto lo scorso anno abbiamo speso inutilmente 20 mila euro per tagliare erbacce, ripulire tubi e canali per lacqua... Ma se manca la manutenzione regolare non cè nulla da fare. Il tempo si rimangia tutto, e le erbacce ricrescono». Eppure Prato, la città viva è lì a due passi, collegata anche dalla pista ciclabile. Il deposito-laboratorio dove è custodito tutto il materiale finora scavato è attrezzato con bagni, ascensore e molte sale su due piani. Cè il parcheggio, ci sono il bar e i servizi dellIterporto. «E soprattutto cè questa straordinaria struttura del Mulino medievale - conclude Gabriella Poggesi - Il mio sogno è far qui il museo di Gonfienti, aprirlo al pubblico. E nel frattempo proseguire gli scavi, renderli anche visitabili». Una sfida e una scommessa che parte da una città invisibile.