La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Così recita l'articolo 9 della nostra Carta. Ma fra condoni e deregulation urbanistica, fra cartolarizzazioni e vendita di edifici di pregio, fra abusivismo e proposte di finanza "creativa" (secondo Tremonti dovremmo venderci le spiagge), fra illegalità e sprechi in nome dell'emergenza e tentativi di archeocondono, i governi di centrodestra che si sono susseguiti dalla discesa in campo del Cavaliere a oggi hanno fatto a gara nel calpestare quel lungimirante articolo della Costituzione e nel mettere a sacco il patrimonio d'arte e paesaggistico italiano. L'archeologo Salvatore Settis negli ultimi vent'anni ha svolto un lavoro civile importantissimo nel tentare di fermare questa barbarie. Scrivendo libri dotti e articoli di denuncia sui giornali. Ma anche, concretamente, rimboccandosi le maniche nella stesura del Codice dei beni artistici e paesaggistici e guidando il Consiglio superiore dei beni culturali. Anche dopo che il ministro Bondi (dopo aver cercato di zittirlo) lo ha costretto alle dimissioni dal Consiglio, Settis non ha smesso «da libero cittadino», come dice lui, di monitorare i rischi di scempio nella penisola. Così dopo aver raccolto in una mostra le fotografie di denuncia scattate da cittadini di ogni regione, da alcune settimane è in libreria con un nuovo libro militante. Intitolato Paesaggio Costituzione cemento, il volume edito da Einaudi raccoglie, tra l'altro, una serie di ficcanti interventi che il professore ha scritto per occasioni pubbliche, convegni ma anche lauree honoris causa che gli sono state conferite proprio per la sua battaglia contro il degrado dell'ambiente. «Il paesaggio è il grande malato d'Italia», scrive Settis ad incipit del libro. «Basta affacciarsi alla finestra - annota nel capitolo "Il paesaggio, riserva di caccia" -, vedremo villette a schiera dove ieri c'erano dune e spiagge, vedremo boschi, prati e campagne arretrare davanti all'invasione di mesti condomini, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e palazzi senz'anima... vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento». E non si tratta solo di un modo dire se, come ricorda lo stesso Settis, ricerche Istat documentano che tra il 1990 e il 2005 la superficie agricola in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663mila ettari, ovvero di un'area più vasta di Abruzzo e Lazio insieme. Ettari di verde mangiati da una cementificazione senza alcuna progettualità, non di rado per mera speculazione e il lusso di seconde e terze case (lo scempio dell'Argentario docet). Non certo per esigenze vere che riguardano il vivere e l'abitare.