Bisognerà attendere altri nove mesi per conoscere il futuro dell'altra reggia di Caserta, quella di Carditello, messa in vendita all'asta per venticinque milioni di euro. Ieri, il giudice dell'esecuzione del tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere ha fissato le due udienze per la vendita: 20 ottobre e 10 novembre. La prima è senza incanto, ovvero a buste chiuse depositate alla cancelleria del tribunale. Per la successiva, invece, i concorrenti dovranno depositare il giorno precedente il 10 per cento del prezzo base d'asta come cauzione (previsti rialzi di una percentuale minima fissata dal giudice.) mentre l'aggiudicazione dovrà essere formalizzata entro sessanta giorni. In quel lasso di tempo potrebbe intervenire anche una nuova richiesta di acquisto, a condizione dell'aumento di un sesto dell'importo di aggiudicazione e quindi far cominciare tutto daccapo con una nuova asta. Trattandosi di una cifra considerevole, non è escluso che possano andare deserte entrambe le due udienze dedicate alla vendita del prestigioso immobile, questo per farsi che si possa ulteriormente abbassare il prezzo d'asta. Circostanza che, in questo caso, potrebbe anche non verificarsi trattandosi di un bene storico per il quale potrebbero avere interesse anche enti, istituzioni o gruppi consorziati di operatori privati pronti a lanciare progetti di riutilizzo sulla base dei vincoli storici e ambientali che sono a protezione del sito reale per lunghi anni inutilizzato. Alla vendita del Real Sito si è arrivati a seguito di un debito di cinquanta miliardi di vecchie lire mai restituito al Consorzio di bonifica del bacino inferiore del Volturno al Banco di Napoli. E proprio dalle vicende finanziarie del più grande istituto del Sud (risalente agli anni '90) emerge una storia di arte, cultura e finanza senza precedenti giudiziari. Nel 1920 immobili e arredamento passarono dal demanio all'Opera nazionale combattenti e i 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti a gruppi di agricoltori. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno. Venti anni fa, l'allora Banco di Napoli, erogò quel prestito legato a finanziamenti agrari di cui si è persa traccia della destinazione finale. Il Consorzio non ha mai restituito i soldi e il finanziamento è finito nella montagna dei crediti trasferiti dal Banco alla Sga (Società per la gestione delle attività). La Sga, che in questi anni è stata molto attiva nella riscossione dei crediti, a un certo punto ha deciso di aprire anche il dossier del Consorzio che negli anni Cinquanta aveva acquisito il trasferimento del bene divenuto la parte più importante del patrimonio immobiliare. Così la Sga, per ottenere di riscuotere il suo credito (che ammontava a 30 milioni), ha avviato una procedura di esecuzione immobiliare forzata. La Società in sostanza ha messo all'asta il credito: chi lo rileverà diventerà di fatto proprietario del complesso ma si è riservata di accettare altre offerte, provenienti anche da operatori immobiliari privati, che superino i 9,3 milioni. La faccenda, che si spera non sia definitivamente conclusa, ora passa nelle mani dei legali anche di Italia Nostra, infatti l'associazione ha deciso di affidare ai propri avvocati la questione sperando di poter dare un contributo congruo alla vicenda, i cui esiti sono giudicati sconcertanti.