Le dichiarazioni di voto che hanno preceduto il respingimento delle mozioni di sfiducia individuali contro il ministro Bondi sono state singolarmente deprimenti. Un affiato unitario superava e ricomponeva le profonde divisioni politiche in nome di un'unica, incredibile rozzezza, che ha reso grottesco, e a tratti tragicamente comico, un dibattito interamente dedicato alla «cultura». Questa impressione, del resto, non fa che confermare ciò che da molto tempo è perfettamente evidente: in tema di politica culturale, le differenze tra la destra e la sinistra italiane sono quantitative, non qualitative. E questo è vero anche e soprattutto per quanto riguarda l'incapacità di difendere il bilancio del Ministero per i Beni e le attività culturali da una continua erosione, che sotto Bondi ha attinto lo spettacolare vertice di un miliardo e trecento milioni di euro. Ma allora, se nemmeno Domenico Fisichella, Antonio Paolucci, Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione e Francesco Rutelli sono stati buoni ministri dei Beni culturali, perché Sandro Bondi ha catalizzato tanta avversione da guadagnarsi questo clamoroso tentativo di sfiducia singola? Perché, nonostante la sua apparenza di mellifluo poeta di corte di Silvio Berlusconi, Bondi è stato un ministro contro. Innazitutto un ministro «contro» la cultura italiana nel suo complesso, accusata di essere «comunista», e clientelarmente dipendente dal finanziamento statale. Naturalmente in quest'ultima accusa c'è anche qualcosa di vero (e l'ha sostenuto con argomenti almeno in parte condivisibili Alessandro Baricco, prontamente citato ieri da Bondi). Ma invece di assumersi la responsabilità di una politica culturale «di destra» (magari sbagliata, ma almeno leggibile), Bondi ha preferito non distinguere affatto e digerire i tagli indiscriminati di Tremonti, con danni incalcolabili per il teatro, la lirica, il cinema. In secondo luogo, Bondi è stato un ministro «contro» il proprio ministero. Egli non ha perso occasione per deprimere, demotivare e a volte addirittura insultare gli storici dell'arte e gli archeologi che sono il vero nerbo della tutela del patrimonio artistico italiano. Un primo esempio: i commissariamenti. Bondi ha esautorato le ottime competenze tecniche interne al Ministero per affidare a commissari gangli cruciali del patrimonio come il cantiere degli Uffizi e Pompei. Questi commissari provenivano dal mondo «del fare» che ruotava attorno alla Protezione civile di Bertolaso: e se l'esperienza fiorentina è stata bruscamente interrotta dall'esplosione dello scandalo della «Cricca», sui risultati pompeiani è meglio stendere un velo pietoso. Un secondo esempio: Bondi ha voluto mettere la soprintendenza di Venezia nelle mani di Vittorio Sgarbi, funzionario dei Beni culturali condannato per assenteismo. Poiché Sgarbi non ha la qualifica dirigenziale, Bondi ha dovuto fargli un contratto da esterno, e la Corte dei Conti ha a più riprese bocciato questa nomina (tuttora pericolante) per la buona ragione che il Ministero aveva già al proprio interno le competenze necessarie. Messaggio devastante: il ministro disprezza il suo stesso ministero. Un terzo esempio, l'unica vera zampata ideologica di Bondi: la creazione della direzione generale per la valorizzazione e il suo affidamento a un supermanager degli hamburger. Si può discutere sui presupposti ideologici (per me sbagliati), ma è indiscutibilmente grave indirizzare verso il marketing gli ultimi fondi che potrebbero servire a far vivere un patrimonio che, letteralmente, cade a pezzi. Infine, Bondi si è rivelato anche un ministro «contro» il ruolo dello Stato nella tutela. L'accordo con Matteo Renzi sarà senz'altro positivo per Firenze, ma esso ha aperto un grave vulnus nello statuto nazionale del patrimonio artistico garantito dalla Costituzione. La prospettiva di intavolare trattative separate che abbiano il risultato di far rimanere sul territorio gli incassi di musei e siti culturali di dignità nazionale prefigura, più che un federalismo, una pericolosa balcanizzazione del patrimonio, con esiti tristemente prevedibili. Sempre ammesso che il governo resti in carica, Sandro Bondi riuscirà a trasformarsi in un ministro per qualcosa, o passerà alla cronaca come il ministro contro i beni culturali?