Anticipiamo il testo di Umberto Eco "Non si mangia con lanoressia culturale" tratto dal nuovo numero della rivista "Alfabeta2" da oggi in edicola Si figuri che io mi trascino dietro la diceria che scrivevo le domande per Lascia o Raddoppia, e benché chi le scriveva davvero abbia a suo tempo pubblicamente smentito; ma tantè, ritrovo questa notizia ora qui ora là, e pazienza, perché al postutto, non cera nulla di vergognoso a inventare la domanda sul controfagotto o quella sulluccello sul quale, a detta di Mike Bongiorno, era caduta la signora Longari. Ma cadere sulla cultura è disdicevole. E quindi indirizzo questa lettera a Lei e, se Ella è vergine di tanto oltraggio, la passi a chi di competenza e amici come prima. Una sola cosa voglio precisare. Fingendo che lautore dellinfausta boutade sia stato Lei, parlerò non come si parla a un poeta ma come si parla a un economista, o addirittura a un diplomato in Scienze economiche e commerciali. Parlerò cioè in termini di Soldi, non di Valori spirituali. Farò finta che Dante e luniversità, Raffaello e il liceo classico e scientifico, Morandi e Calvino, siano solo una pania per i gonzi (mi pare che lei a proposito degli insegnamenti umanistici abbia parlato un giorno di aria fritta). Non importa, mi chiederò solo quanto si mangia con Raffaello e Giuseppe Verdi. Dobbiamo ovviamente chiarire, se vogliamo parlare in termini economici di «consumi culturali», cosa si intende per «cultura»; e non mi occuperò dell«accezione antropologica» del termine (cultura come insieme di valori e comportamenti) per cui esiste una cultura del cannibalismo, una cultura mafiosa, o una cultura del velinismo berlusconiano. Parlerò di cultura nei termini più banali, come di produzione creativa (pittura e letteratura, musica e architettura), di consumo di questa produzione, di organizzazione delleducazione (scuole di ogni grado) e di ricerca scientifica. In termini economici il Louvre, il Metropolitan Museum of Art, la Harvard University (e tra poco quella di Pechino) sono imprese che fanno un sacco di soldi. Credo che, bene amministrati come sono, facciano un sacco di soldi anche i musei vaticani. Un sacco di soldi potrebbero fare anche gli Uffizi o Pompei, e sempre mi domando come mai lItalia, di cui si dice che abbia circa il 50 delle opere darte esistenti al mondo (per non dire del paesaggio, che non è male), abbia meno indotto turistico della Francia o della Spagna, e naturalmente di New York. Cè qualcosa che non funziona, qualcuno che non sa come far soldi (e mangiare) con la cultura nazionale. New York non è la città dove si fa la politica degli Stati Uniti (quella è Washington), non è la città o lo Stato dove risiedono le maggiori industrie della nazione (è niente rispetto al Texas o alla stessa California); eppure quando si parla degli Stati Uniti (e quando i turisti acquistano pacchetti per voli charter e sette giorni allo Hilton) si pensa a New York. Perché il prestigio di New York è dato dai suoi scrittori, dai suoi musei, dalla sua moda e dalla sua pubblicità, dai suoi quotidiani e riviste, dalla gente che va al Carnegie Hall o ai teatri off Broadway, per cui farà sempre più opinione nel mondo il New York Times che lottimo e rispettabilissimo Los Angeles Times. Si badi che così non la pensa la maggioranza degli americani, che ritengono New York una Babilonia fatta di italiani, ebrei e irlandesi, ma così pensa il resto del mondo e il prestigio degli Usa si basa sulla cultura newyorkese. Lesercito degli Stati Uniti (sempre vincitore nei film di Hollywood) non sbaraglia il nemico in Vietnam, in Afghanistan, in Irak, ma gli Usa vincono (in prestigio ) a New York. Sì, lo so, poi cè il resto delleconomia che tiene nei vari Stati, ma suppongo che anche quando leconomia cinese avrà sconfitto quella americana i cinesi si rivolgeranno ancora al mito di New York. Con la cultura gli Usa mangiano. Pensi a cosa è successo con Cesare Battisti. Un manipolo di intellettuali francesi (non tutti dei più grandi) ha deciso di difendere Battisti come una vittima della dittatura, manifestando completa ignoranza delle cose italiane e considerando, come accade talora ai peggiori dei nostri cugini dOltralpe, il resto del mondo come repubbliche delle banane. Bene, questo esiguo manipolo dintellettuali ha convinto il governo brasiliano là dove il governo italiano non cè riuscito. Sarebbe accaduto lo stesso se al governo ci fossero stati, che so, Andreotti o Craxi? Non so, sta di fatto che il mito dellintellighenzia francese ha vinto su quello della cultura delle veline (e mi spiace, per una volta tanto ero solidale col governo in carica perché rappresenta pur sempre il nostro paese e deve difendere, almeno allestero, la dignità di quella magistratura che sputtana in patria). Insomma, anche in termini monetari e di influenza politica (non calcolo neppure il peso di dieci premi Nobel), con la cultura si mangia. So benissimo che non abbiamo soldi per sostenere università come Harvard, musei come il MoMA o il Louvre, però basterebbe cercare, e ferocemente, di non buttare via il poco che abbiamo. Certo che, se in quel poco non ci crediamo, abbiamo perso in partenza. Non si mangia con lanoressia culturale.
Con Raffaello e Verdi si può "Mangiare"
L'autore scrive una lettera a un'entità sconosciuta, in cui critica la cultura italiana e il suo scarso impatto economico e politico a livello internazionale. L'autore sostiene che la cultura italiana è scarsamente valorizzata e che il paese non ha una forte identità culturale. Inoltre, critica la mancanza di investimenti nella cultura e nella ricerca scientifica, che potrebbero generare entrate economiche. L'autore si riferisce anche all'esempio di New York, che è considerata una delle città più influenti al mondo, e sostiene che la sua cultura è il fattore chiave del suo prestigio.
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