Gli stessi numeri della fiducia a Berlusconi. «Sinistra manipolatrice». Abbracci e baci per Sandro Bondi subito dopo il voto. E lui, l'uomo di Fivizzano, è tornato a sorridere di fronte alle telecamere. Alle 19.04 di ieri pomeriggio la Camera ha respinto le due mozioni di sfiducia nei confronti del titolare dei Beni culturali. Era previsto che finisse così, ma forse non in questa misura: 314 voti a favore di Bondi, 292 contro, maggioranza richiesta 304. D'accordo, avranno contato le numerose assenze nel campo del centrosinistra, non solo causa impegni al Consiglio d'Europa. Tuttavia una cosa è certa: il governo esce rafforzato, anche simbolicamente, da questa seconda battaglia parlamentare. Bondi, forse, era solo un pretesto. Invece il ministro da infiocinare per manifesta incompetenza, l'anello debole della catena, s'è preso la sua rivincita. "Bondi's revenge", masticava amaro uno dei cineasti arrivati in piazza Montecitorio per consegnare ai capigruppo dell'opposizione una lettera di fuoco, nella quale si chiedeva addirittura «ai parlamentari di tutti gli schieramenti di votare a favore della sfiducia». Da Bari, dov'è ospite del "vendoliano" Bifst, lo sceneggiatore e giornalista Andrea Purgatori, voce di punta dei "100 autori", commenta così l'esito della giornata. «Adesso Bondi ha la possibilità di fare finalmente un "beau geste". Che si dimetta dopo aver ricevuto i voti che gli consentono di andare avanti. Ma non lo farà, temo». Perché? «Le poltrone sono ambite, difficilmente il ministro riconoscerà che ormai esiste un problema insolubile tra lui e l'intero mondo della cultura. Siamo allo scontro frontale. Mi chiedo come si possa pensare di gestire un settore così importante per la vita del Paese sapendo di averlo compattamente contro». Di sicuro Bondi non si sente così isolato. Ieri attorno alle 16, nel prendere la parola, aveva parlato nuovamente di «sfiducia pretestuosa, simbolo dell'imbarbarimento della politica»; e aveva aggiunto, in un crescendo di applausi da parte dei suoi: «Nelle difficoltà molti pensano che la soluzione sia soltanto una: più soldi dallo Stato. Invece io non la penso così. Occorre riformare il ministero dei Beni culturali. I veri uomini di cultura sanno che serve equilibrio. Ma la sinistra manipola la verità». Subito dopo via con «i successi» del suo dicastero: elogiando gli accordi col sindaco di Firenze e con l'imprenditore Carlo Della Valle, spiegando di aver impresso una logica manageriale alla gestione dei beni archeologici, sveltito le norme, avviato riforme perla lirica, il cinema, il teatro, eccetera. «Ho rivendicato i meriti e riconosciuto i demeriti. Vi chiedo soltanto di valutarli con obiettività. senza animosità politica, e di decidere di conseguenza», aveva concluso, sicuro, a quel punto, di avere in mano la vittoria. Così è andata Benché Pierfelice Zazzera, a nome dell'Italia dei Valori, avesse invocato «un metaforico calcio nel sedere del ministro», definito addirittura «un giullare di corte». Fabio Granata, esponente di punta di Futuro e Libertà, alla fine s'è consolato così: «314 erano e 314 sono rimasti, con tanti saluti all'allargamento della maggioranza e all'operazione "responsabili"». Non ha detto, però, che, tra assenze più o meno giustificate, cinque nel Pd per motivi di salute, i voti contrari a Bondi sono scesi a 292, con una rimarcabile differenza di 22. Un campanello d'allarme non solo per Bersani e Di Pietro. Sarà anche per questo che il Terzo polo, in extremis, aveva offerto a Bondi una non richiesta via d'uscita, mostrandosi fattivo, propositivo, pronto pure a ritirare la mozione di sfiducia in cambio di un pacchetto di iniziative concrete (tax-credit, Fus, assunzioni in deroga a concorsi). Udc, Fli e Api sapevano che, alla resa dei conti, l'operazione Bondi non sarebbe passata. Ora la palla passa di nuovo a Tremonti.