Hanno brindato ieri sera a via del Collegio Romano, sede del ministero ai Beni culturali. Un distacco del genere -314 contro 292 - non se l'aspettava nessuno, nell'entourage del ministro. Fino a qualche giorno fa Sandro Bondi era dato per spacciato: pronto a dimettersi per sottrarsi a quella che definiva «una barbarie politica», deciso a farsi da parte per dedicarsi più compiutamente al partito. Invece la ripresa è stata travolgente. Bastava osservarlo, ieri pomeriggio, mentre parlava alla Camera. Ringalluzzito dagli eventi, polemico nei confronti della sinistra, caustico verso i predecessori Francesco Rutelli e Giovanna Melandri. «Ho rivendicato i meriti e riconosciuto i miei demeriti», ha scandito nel finale dell'intervento, sicuro a quel punto di avere in mano i voti necessari per far naufragare le due mozioni di sfiducia. Naturalmente non era più in ballo il destino di Bondi, ma del governo,e infatti l'opposizione,indebolita anche da una serie di assenze cruciali, non ha potuto far altro che incassare un'altra sconfitta, dopo quella del 14 dicembre. Pd, Italia dei valori e cosiddetto Terzo polo escono piuttosto maluccio dal cimento. Che farà ora Bondi? Difficile dirlo. L'uomo è isolato, specialmente nel mondo dello spettacolo, e più in generale in quello della cultura. Il solco non è colmabile. Ma una cosa è dimettersi sotto l'urto della sfiducia parlamentare, temendo magari di perdere; un'altra è mollare dopo aver vinto la sfida, mostrando di non essere attaccato col Vinavil alla poltrona di ministro. «Lasciasse ora, farebbe un "beau geste"», suggerisce lo sceneggiatore Andrea Purgatori. Non che le cose, passata l'euforia, siano facili per Bondi. Alcune delle richieste avanzate da Rutelli, per evitare la conta in Parlamento, paiono ragionevoli, specie le voci riguardanti la proroga triennale del tax-credit per il cinema (servono 80 milioni all'anno) e il reintegro del Fus, il Fondo unico dello spettacolo, a 415 milioni di euro (contro i 260 previsti per il 2011). Era stato lo stesso Bondi, seduto accanto a Gianni Letta in una conferenza stampa convocata in tutta fretta a Palazzo Chigi lo scorso 27ottobre, nel tentativo di disarmare il blitz dei cineasti al Festival di Roma, a condividere quegli obiettivi. Poi, però, Tremonti aveva di nuovo puntato i piedi, e le promesse solenni erano finite nel nulla, col risultato di azzoppare nuovamente il ministro ai Beni culturali, al punto di renderlo «indifendibile», sfiduciato persino dall'Anita, che è un po' la Confindustria del cinema (pure Giampaolo Letta, amministratore delegato della berlusconiana Medusa, aveva preso le distanze). A Natale, insomma, Bondi sembrava decotto, pronto a fare le valigie, a un passo dalla crisi di nervi, isolato anche tra i suoi. Invece l'uomo di Fivizzano, pur offeso e fiaccato, meditava la controffensiva mediatica e politica. Scontata la solidarietà del Giornale, di Libero o del Foglio, pronti a spendere le firme migliori, da Marcello Veneziani a Giordano Bruno Guerri, per non dire di Giuliano Ferrara; ma proprio l'altro ieri, alla vigilia della conta alla Camera, era arrivato inatteso il sostegno pubblico anche di Claudio Velardi, ex capo dello staff di Massimo D'Alema a Palazzo Chigi: «Bondi regge un ministero nel quale è ancora imperante la subcultura elitaria e qualunquista della vecchia sinistra, quella che si sciacqua quotidianamente la bocca per "la morte della cultura" e prende soldi per film che nelle sale fanno incassi zero». Sciocchezze. Ma musica alle orecchie di don AbBondi, come l'ha ribattezzato Dagospia per ironizzare sulla scarsa grinta del ministro nei confronti del collega Giulio Tremonti, spauracchio di tutti i ministri, cono senza portafoglio. «Bondi's revenge», masticava amaro ieri sera uno dei cineasti arrivati in piazza Montecitorio per consegnare ai capigruppo dell'opposizione una lettera di fuoco. Vi si chiedeva addirittura«ai parlamentari di tutti gli schieramenti di votare a favore della sfiducia». Non è andata esattamente così.
La sfiducia respinta. Bondi resuscita ma la sfida è vinta a metà
Ieri sera, a via del Collegio Romano, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha ricevuto un distacco di 314 voti contro 292, superando la sfiducia parlamentare. Questo è stato considerato un colpo per il governo, che era stato indebolito anche da assenze cruciali dell'opposizione. Bondi, che era stato considerato spacciato per dimettersi, ha invece deciso di continuare a governare. Ha ricevuto il sostegno di alcuni giornali e personaggi del mondo dello spettacolo, come il Giornale, Libero e il Foglio, che hanno espresso solidarietà con lui. Il ministro ha anche ricevuto il sostegno di Claudio Velardi, ex capo dello staff di Massimo D'Alema a Palazzo Chigi.
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