Carlo Dossi, in una delle sue note azzurre, dice che la più grande punizione per gli uomini malvagi, nell'aldilà, sarebbe quella di "vedersi rappresentare dinanzi, come in una lanterna magica, la vita che avrebbero potuto e dovuto fare in terra se qui si fossero guidati secondo migliori o più opportuni consigli". Questo castigo i Campi Flegrei lo stanno vivendo adesso, a ridosso della morte, passando dal rimpianto del passato a quello del presente. Sulla spiaggia della cosiddetta Area Boscata, nei pressi della rupe di Cuma, zona protetta e bellissima, fatta di dune e alberi, dove ha trovato riparo la stazione flegrea, una sorta di casina forestale più adatta al teatro che ai treni, le corse di motocross sfregiano la sabbia, le radici, il silenzio, i campi, le speranze, mettono sotto le ruote tutto quello che incontrano. Ma non è il caso di adesso di prendersela con chi ha trovato un modo originale per utilizzarle, direi anzi che sia addirittura legittimo l'uso che ne fanno visto che chi dovrebbe garantire l'incolumità è assopito nell'indifferenza e allora, come direbbe Ivan Karamazov, se Dio non c'è tutto è lecito. I Campi Flegrei sono la più chiara espressione di come non si debba gestire un territorio, è allo stato brado, senza regole, colonizzato dal cemento, ogni tanto si scuote dall'agonia, scoda, poi ripiomba nella sua allegra fine. Il villaggio di Nola, le pietre di Cuma, il mare di Licola, giusto per citare alcuni esempi, sono patrimonio dell'indegnità a cui noi apparteniamo di diritto. L'Unesco nemmeno si degnerà di venire da queste parti a benedirci, darebbe diritto d'asilo a un qualsiasi scarabocchio industriale di Manchester piuttosto che alla terra della Sibilla. Perciò non mi scandalizzano le moto, ma l'incuria, le promesse, la sciattezza, la malafede. Ho avuto modo spesso di scrivere su queste pagine dei Campi Flegrei, definendoli in passato la Salerno - Reggio Calabria del turismo, poiché permane una condizione di incompiutezza che non desta preoccupazione. Andate allo stadio di Antonino, spalancato con tanto di fiato alle trombe al pubblico e oggi, tristemente chiuso, ricoperto da erbacce che divorano le pietre senza che qualcuno lo ripulisca. E poi le sponde del lago Lucrino, ormai cloaca d'amore. Devo continuare? Ma no, i bambini potrebbero sentirmi e, in mancanza di un parental control, mi censuro da solo. Da qualche parte ancora si insiste che i privati non debbano intervenire, come se fossero demoni che riducono in polvere le pietre. Abbiamo visto quanto è successo con il Colosseo, finiamola dunque con la posticcia sacralità dei luoghi, è tutto così banalmente drammatico: mancano i soldi. Alle famiglie, allo Stato, alle imprese. Ritengo ormai fuori luogo, anzi fuori dal tempo, perorare ancora la causa che il danaro debba arrivare dalle casse statali. Bisogna cambiare direzione, altrimenti si muore. Parliamoci chiaramente, servono idee, oltre che moneta sonante, per poter ridare fiato ai Campi Flegrei, invece, puntualmente, quando c'è uno scempio qualsiasi, solleviamo appena i nostri lamenti come persiane che, sbattute dal vento, cigolano per alcuni istanti prima di tornare nel loro stato di quiete. necessario uscire da questa reazione riflessa, da cane di Pavlov, perché ormai viene a tutti noi naturale l'associazione Campi Flegrei indignazione proclami vocazione turistica (espressione che ormai mi provoca solo nausea) la cui somma, alla fine, però è sempre zero o quasi, che gli è prossimo. Mi è sempre piaciuto immaginare un teatro navigante, al centro del lago d'Aver no, o uno marino, da costruire nell'area ex Sofer, con una quinta trasparente che dà sul mare, ma, diciamolo una volta e per sempre, queste resteranno fantasie di un sognatore a passeggio tra le rovine, perché l'unica vocazione di questa terra resta gastrico - digestiva. Non si va oltre. In un Paese di ciechi, la vista è una provocazione, per cui meglio dare il braccio alle associazioni locali per farsi accompagnare nel piccolo cabotaggio di iniziative spicciole, che realizzare progetti capaci di dare una svolta seria. A questo punto ho una sola domanda da fare: quando la finiremo di seppellire i vivi?