Un rapporto difficile, basato in larga parte sul disinteresse e sull'ignoranza (nel senso di ignorare, non sapere). Le grandi famiglie fiorentine - e insieme a loro l'Unicoop guidato da Campaini - si disinteressano in larga parte del patrimonio culturale di Firenze. Ne abbiamo decenni di riprove per una situazione che talvolta raggiunge i limiti del grottesco. Eppure le occasioni di mecenatismo non sfruttate, avrebbero dato grande visibilità a livello sia nazionale sia mondiale. Quindi, a livello di marketing, le decisioni di «ignorare» costituiscono un'occasione perduta. Esclusi pochi casi, la parte più consistente di risorse per il nostro patrimonio arriva dall'estero, da associazioni no profit o da veri e propri moderni mecenati. A loro va il nostro grazie... anzi, thank you e domo arigato... Alla notizia che Diego Della Valle pagherà il restauro del Colosseo, per la (poco) modica somma di 25 milioni di euro, a Firenze qualcuno ha mugugnato. «Non gli fanno fare la Cittadella viola - hanno detto i più - e allora ha deciso di spendere quei soldi altrove, lontano da Firenze». Un messaggio che è uno schiaffo in pieno volto a Renzi, che con Della Valle non ha mai avuto dialogo. Alla fine, insomma, la politica di Palazzo Vecchio e della Regione si è rivelata deleteria per i beni culturali della città, che pure tanto avrebbero bisogno di attenzioni particolari, considerata la «fame» di restauri che vige e il disinteresse per la materia da parte degli esponenti la high society di Firenze. Rimettere a posto Palazzo Spini Feroni e ricavarne un museo, privato, è operazione intelligente da parte dei Ferragamo, ma non è collegata con le cure che la città richiede e merita. Lo stesso dicasi per Palazzo Scala Della Gherardesca e Palazzo Tornabuoni, rinati, rinnovati, architettonicamente tornati gioielli, ma sfruttati per vantaggio economico. No, è il mecenatismo vero quello che latita in città, e di cui si sente un gran bisogno. Le grandi famiglie fiorentine - non solo quelle - non fanno niente per la città, che in alcuni casi cade a pezzi. I vari Frescobaldi, Antinori, Fratini, Ferragamo, Aleotti etc... evidentemente non sono interessati a farsi carico di importanti restauri o interventi che potrebbero rendere ammirabili opere mobili o architettoniche, o a fare donazioni a musei statali o civici. No niente di tutto questo. Per la cultura a Firenze talvolta intervengono indirettamente, ma spesso ci ripensano. Per esempio, a vantaggio della Fondazione Maggio Musicale fiorentino, mentre i Fratini - attraverso il gruppo Fingen - nel 2008 e 2009 hanno contribuito con 40mila euro l'anno (più o meno quanto costano le pulizie delle finestre del loro palazzo in piazza Strozzi), Ferragamo nel 2008 aveva versato 51 mila euro (nello stesso periodo avevano anche acquistato, insieme alla famiglia San- giuliano, un mammografo digitale per Careggi) mentre nel 2009 ha ritirato il proprio sostegno. Meglio non si sta comportando la vera grande famiglia di Firenze, l'Unicoop, che conta 1,1 milioni di soci, vanta 102 punti vendita (56 a Firenze e provincia) con 7800 dipendenti e fattura oltre 2,2 miliardi di euro. Dal gruppo presieduto da Campaini non arrivano sostegni per i beni culturali, mentre nel 2008 e 2009 ha versato 100mila euro alla Fondazione Maggio Musicale. A conti fatti, quindi, le grandi famiglie fiorentine (e la più imponente cooperativa della regione) appaiono come immuni alla febbre di mecenatismo che una volta muoveva il mondo dell'arte. Al loro posto, negli ultimi anni, si sono palesati sponsor di vario genere e spesso la parola «grazie» è stata pronunciata in altre lingue. Andiamo con ordine e vediamo di fare qualche cifra. Nel 2007, per gli Uffizi, fu lo stilista Gianfranco Ferré che, con 8400 euro (un abito d'alta moda) restaurò il dipinto Adamo piange Abele di Jonathan Carl Loth. Due anni dopo, fu l'ex-amministratore delegato della Fiat, Paolo Fresco, a donare (sempre agli Uffizi) una predella con Cristo in pietà di Sano di Pietro, attraverso gli Amici degli Uffizi. Quest'ultima associazione, in 17 anni, ha donato alla Galleria la bellezza di 22 opere tra dipinti, sculture e disegni; così come non mancano rari esempi di fiorentini interessati all'arte e alla storia, come l'antiquario Alberto Bruschi, che non si è mai fatto pregare per sponsorizzare restauri, anche consistenti, di materiali comunque di attinenza medicea. C'è poi l'onnipresente Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che interviene spesso per recuperi, acquisti, esposizioni. Appena due anni fa, l'istituto di via Bufalini aveva acquisito all'asta, insieme all'antiquario Fabrizio Moretti, due tavolette del Beato Angelico raffiguranti due santi. Moretti ne aveva venduta una allo Stato mentre l'Ente Cassa ne aveva concesso il comodato d'uso; grazie a questa formula si possono entrambe ammirare al Museo di San Marco. In questa situazione di assoluta emergenza nei confronti dei beni culturali, la miopia non solo delle grandi famiglie fiorentine e dell'Unicoop fa pendant con quella degli enti locali, che non vanno oltre l'organizzazione di qualche esposizione. Eclatante è il caso della Provincia di Firenze - dove l'assessore alla cultura è Carla Fracci, un vero fantasma - che avendo la responsabilità della manutenzione dello spazio dove è affrescata la Crocifissione del Perugino (adiacente al liceo Michelangelo), non è stata in grado di trovare la fantastica cifra di 7mila euro (ma stiamo scherzando?) per restaurare una delle pitture simbolo del Rinascimento. Settemila euro, non 7 milioni... da non credere. L'affresco invece è stato recuperato grazie all'ennesimo intervento dei Friends of Florence, l'associazione no-profit americana che più di ogni altra sta operando a vantaggio dei beni culturali della città. Come rivelò la presidente, Simonetta Brandolini d'Adda, in un'intervista al Giornale della Toscana, in circa 10 annidi attività l'organizzazione ha finanziato restauri per oltre 5 milioni di euro. Molti di questi interventi, sinceramente, avrebbero fornito anche una straordinaria opportunità di visibilità a livello sia nazionale sia internazionale: basta pensare alla Porta del Paradiso del Ghiberti, alla pulitura del David di Michelangelo, agli studi sul Ratto delle Sabine di Giambologna o sulla Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. Ma in città non si è mossa una foglia e si sono perse innumerevoli occasioni. Anzi, il lungo, meticoloso e straordinario restauro del grande Crocifisso di Giotto appena tornato nella Chiesa di Ognissanti, è stato finanziato da un'azienda di trasporti, Arteria. Un bel «grazie» in lingua inglese va rivolto alla Getty Foundation di Los Angeles per il finanziamento delle ricerche sugli affreschi di Giotto nella Cappella Peruzzi della Basilica di Santa Croce, e per il restauro delle tavole costituenti L'ultima cena di Giorgio Vasari, che attende da 45 anni di essere recuperata dopo l'alluvione del 1966. In questo caso il disinteresse dei fiorentini per il proprio patrimonio culturale raggiunge i limiti del grottesco. Per non parlare di un autentico capolavoro degli Uffizi - la Battaglia di San Romano, di Paolo Uccello - che dall'estate 2008 è sottoposta a un delicato studio diagnostico per stabilire quale sia la metodica che la restauratrice Muriel Vervat dovrà utilizzare. In questo caso l'intervento è finanziato dal colosso dell'informazione giapponese Yomiuri Shinbum. Sempre più spesso, quindi, l'interesse e il mecenatismo per i nostri beni culturali non parlano italiano, ma idiomi d'altri continenti. Poco male, la Cultura è globale. Mentre il disinteresse e l'ignoranza (nel senso di ignorare, non sapere) sono tutta roba di casa nostra. Ma a tutti sono concesse delle prove d'appello. Nel giardino Frescobaldi, ai piedi del campanile di Santo Spirito, c'è un'antica fontana che cade a pezzi. Vediamo se qualche mecenate fiorentino si muoverà o se alla fine ci sarà ancora bisogno di pronunciare thank you o domo arigato.