Mimmo Paladino ci ha sempre pensato, al Guerriero di Capestrano. Lui, che vuol essere chiamato «artista sannita» (è nato a Paduli, Benevento, posto di stratificata civiltà contadina), lui che ha raffigurato utensili e vasi insieme ai simboli di Roma nel suo grande mosaico per il lato verso il Tevere della Teca dell'Ara Pacis, da sempre subisce una sorta di fascinazione per quel gigante arcaico, impastato della terra d'Abruzzo e conservato a Chieti. Così, quando casualmente Gabriele Simongini, critico e storico dell'arte, lo andò a trovare nello studio a Piazza Navona per mostrargli i cataloghi di due mostre allestite al Museo Archeologico Nazionale del capoluogo abruzzese, l'artista gli disse, di getto: «Perché non facciamo qualcosa anche per il Guerriero?». Dopodomani Paladino vedrà il frutto di quell'amo gettato a caso. E attorno al quale hanno lavorato, oltre a Simongini, il sovrintendente archeologo Andrea Pessina, la direttrice del museo Maria Ruggeri e il presidente della Fondazione Carichieti, Mario Di Nisio, sponsor illuminato del progetto. Consistito nel creare una sala ad hoc, permanente, la prima realizzata da un artista contemporaneo, per la misteriosa e celeberrima scultura. Che è come il logo dell'Abruzzo, con l'enorme copricapo a ellisse. Adesso vedere il Guerriero di Canestrano sarà come compiere un pellegrinaggio verso epoche remote, e dunque dentro il nostro passato e la nostra anima italica. «Un giorno ho scoperto che la ricerca della modernità era una discesa verso le origini - spiega Paladino, che ha di recente donato un suo grande cavallo blu al dannunziano Vittoriale degli Italiani - La modernità mi ha condotto al mio inizio. Essa non sta al di fuori, ma dentro di noi. II Guerriero ha una forza geometrica, evidente soprattutto nello straordinario copricapo che idealmente genera un cilindro nel quale si inscrive l'intera scultura. Non è ancora raccontato come dovrebbe. Anche in questo sta il suo mistero». Mistero e suggestione. Già raggiungere il Museo, ospitato a Villa Frigeri, sulla collina di Chieti che spazia lo sguardo fino a Pescara, e all'Adriatico, è stata sempre un'ascesa entusiasmante, tra il bello della natura e la promessa del bello dell'arte. Ma poi deludeva la collocazione del. Guerriero. Troppo angusto e anonimo lo spazio rettangolare per il gigante trovato casualmente, nel 1934, da un contadino mentre scavava la sua vigna e inceppava la pala addosso a una grande pietra. Che si rivelò essere il busto della strana primordiale scultura. Alla quale seguirono altri due frammenti. Paladino ha invece creato attorno alla statua. alta due metri, una cella. Una sorta di essenziale sancta sanctorum nel cuore del museo che, come ogni museo, è un tempio laico. Perché, dice, «l'arte non può essere la passerella per fare spettacolo ed esaltare il proprio narcisismo. Ma deve tornare ad essere un lavoro etico, fatto nel silenzio. Spingere alla meditazione e alla critica. Rifiutare l'intrattenimento effimero». L'aggettivo eterno calza al Guerriero. Scolpito in pietra nel VI secolo avanti Cristo, opera picena arcaica. Con un'unicità: esibisce anche il nome del suo autore, tal. Aninis (a patto che non sia invece il committente). Pare un totem. Per la mole, per la fissità squadrata della parte anteriore avvalora l'idea che fosse una sorta di palo, di sèmata, infisso nel terreno per segnare la presenza del re della comunità. Paladino ne ha fatto il miracoloso bozzolo che genera lo spazio nel quale è contenuto. La sala infatti ha una forma ellissoide, proiezione della sezione aurea del cappello del Guerriero. Le pareti s'increspano appena di graffiti, - «segni poetici" li definisce nel bel catalogo Simongini - el'idea proviene a Palladino dalla stele giunta da Penna di Sant'Andrea e, collocata nell'antisala. I "muri hanno poi un colore nato dalla scultura: infatti è stato ricavato impastando la tinta con polvere della stessa pietra locale nella quale è stato scolpito l'uomo di Capestrano. Si arriva alla «cella» dopo un percorso scuro, e trovando dunque la scultura come una teofania, un deus ex machina, un colpo di scena. Paladino è anche scenografo teatrale e sa come creare atmosfera. E anche un altro incantamento. Un «Guerriero» tutto suo viene esposto, in contemporanea all'apertura della Sala del Guerriero, a Palazzo De Mayo, nel cuore della città abruzzese. Un combattente moderno, percorso da una vibrazione di luce. Che anela all'eternità.
L'idea di Paladino per il Museo di Chieti. Ridisegnata la sala della statua di Capestrano
Mimmo Paladino ha creato una sala ad hoc per la scultura del Guerriero di Capestrano, un'opera arcaica del VI secolo avanti Cristo, al Museo Archeologico Nazionale di Chieti. La sala è stata realizzata da Paladino e da altri collaboratori, tra cui Gabriele Simongini, Andrea Pessina e Maria Ruggeri. La scultura è stata trasferita nella sala, che ha una forma ellissoide, proiezione della sezione aurea del cappello del Guerriero. La sala è stata realizzata utilizzando la stessa pietra locale nella quale è stata scolpita l'opera originale.
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