Un matrimonio tra pubblico e privato che avrebbe dovuto guidare l'area archeologica nell'era post commissariamento. Eppure sono trascorsi appena nove mesi da quella tanta osannata forma di nuova gestione sul modello del museo Egizio di Torino. Quante cose sono accadute che hanno cambiato e ferito il volto di Pompei e le idee del governo sul futuro della città sepolta. I crolli, la bufera giudiziaria, la richiesta di sfiducia al ministro Bondi hanno fatto arenare l'idea della fondazione. Poi l'uscita di scena di Marcello Fiori, ex commissario per l'emergenza scavi, incaricato da Bondi di creare una governance ad hoc per la Pompei archeologica, ritornato al suo vecchio incarico di direttore generale presso la presidenza del Consiglio dei ministri, ha allontanato ancora di più la fondazione dal futuro degli scavi. E dire che per il varo del progetto era stata annunciata più volte anche una scadenza: il mese di gennaio. Quasi finito, ormai, senza nessuna novità. All'orizzonte era apparso il «Piano straordinario per Pompei» che il ministro Bondi, senza alcun cenno sulle sorti della Fondazione, aveva presentato nel Consiglio dei ministri del 22 dicembre. Piano stralciato, pochi giorni dopo, dal decreto Milleproroghe. Il ministero si è augurato che il piano possa essere velocemente convertito in sede di discussione alla Camera e al Senato. Ma finora non è stato compiuto alcun passo in avanti. La mozione di sfiducia proposta nei confronti di Bondi, in discussione lunedì prossimo, ha contribuito alla paralisi. Il provvedimento prevedeva, tra l'altro, il ritorno della soprintendenza autonoma di Pompei con poteri più incisivi per la tutela del sito. Inoltre, un piano straordinario di manutenzione con aumento di personale tecnico e invio immediato di una task force di archeologi, architetti e operai specializzati per realizzare tutti gli interventi necessari. Che sono tanti e urgenti: non certo in grado di attendere le incertezze di Roma