Andiamo, dunque, in Corso Càvour. Da Via Sparano imbocco Via Putignani allangolo di Mincuzzi. Così diciamo noi, che il turista lo sappia, per indicare il meraviglioso palazzo che ha simboleggiato la nobile intraprendenza barese e che, tra breve, cambierà destinazione duso. Così si dice, con burocratica pretesa deleganza, quando si commette un delitto ai danni della bellezza. Lho appena saputo e la cosa mi ha intristito molto. Se ne va un pezzo di Bari storica. Adieu. Percorro la via alberata e mi si para sul fondo la maestà del Teatro rosso. Le tenaglie di una malinconia errabonda e privatissima mi hanno sempre impedito di avvicinarmi troppo al Teatro Petruzzelli dalla notte della combustione. Temevo di sconvolgermi e non avevo il coraggio né sentivo la forza della indignazione. Temevo che avrei solo maledetto qualcuno o qualcosa. Come dicevano le comari e le prefiche in certe tristi circostanze, allontanando i bambini, preferivo "ricordarmelo da vivo". A volte la distruzione ha, come la bellezza estrema, una estrema intollerabilità. Ho girato al largo, ma stasera devo andarvi, sono invitato. Si può dire di no ad Alberto Sordi che torna nel suo e nostro teatro per una visita dauspicio e di speranza nella ricostruzione. "Più bello e più forte che pria." Come dirà più tardi." Era il dicembre 2001. Il passato. Adesso Sordi ha lasciato il suo nome alla piazzetta antistante il teatro "Più bello e più forte che pria.". 3443 giorni dopo quei pensieri mi accorgo, leggendo i giornali, che il passato ci minaccia. Se non fosse per la Fondazione e le sue maestranze impeccabili il Petruzzelli sarebbe in bilico tra vita, sopravvivenza e morte chiusura. Si tornerebbe al tizzone deserto per la micragna di uno stato e di amministrazioni renitenti alla cultura. Nel prato di Punta Perotti restituito alla civiltà, si potrà riedificare e la rapacità cementizia minaccia di farlo infischiandosi di ambiente, paesaggio, qualità della vita. Che si fa? Il passato travestito da futuro ritorna? Pare di sì, ma senza restituirci le qualità, solo la malvagità. Il monumentale Mincuzzi resterà un bazar, il lungomare verso sud tornerà la pozzanghera dei lenoni di una volta e il palazzo della Gazzetta continuerà a non esistere. Si può "continuare a non esistere"? Giro il quesito ai miei professori di filosofia. Almeno quelli mi saranno resi dal passato che ritorna. Minacciosamente il cielo, ammicca di no, non ritorneranno. Eppure sarebbe bello braccarli amorosamente nella "nuova" bellissima Bari vecchia. Ma anche quella tornerebbe vecchia e basta. Nel mio incubo spariscono le buone cose, i professori di filosofia, i teatri, le spiagge pulite, i prati, le buonissime osterie e tornano il cemento, i padroni dei palcoscenici muti. Il passato che ritorna nei suoi aspetti peggiori tracima. E come faremo a dar vita ad uno dei sogni più vecchi non solo mio? Sarebbe un miracolo. Questo sogno ha bisogno del futuro. Quando ragazzo, progettavo caparbiamente di entrare da quella mitica porta posteriore del Piccinni, quella degli artisti, chiedevo il Teatro Stabile di prosa. Per questo testardamente mi preparavo con altri sognatori della mia generazione e laboriosamente allestivo quel poco di talento che, sotto sotto, sapevo davere. Anche, per esempio, imparando a dire còsa e non cósa con la ó stretta e paròla e stélla e cièlo e Cavour. Come va detto. Dovevo pur cominciare quando 'passeggiavo per Corso Càvour. Ma si, stasera ho voglia di dir così. Alla barese. Stasera che provo la nostalgia del futuro.