La gioventù colta che oggi esce dalle nostre università, che ha in tasca dottorati di ricerca, master, PhD, vive oggi in Italia una vita grama. Essa viene tenuta fuori dalle università, dal Cnr, e dai centri di ricerca privati che in Italia, com'è noto, sono poca cosa. Simili a merce sovrabbondante e inutile i nostri giovani laureati sono lasciati nel buio dei "depositi" per mancanza di mercato. Si attende che da un momento all'altro arrivi lo sviluppo e li metta all'opera. Ma l'idea che oggi bisogna attendere lo sviluppo, la crescita dell'economia, per dare lavoro a queste figure, per valorizzare la loro cultura e le loro competenze, appartiene, con ogni evidenza, all'ambito delle non poche superstizioni che annebbiano la mente dei nostri contemporanei. Al contrario, anche per tali figure, si impone una progettualità politica articolata se non si vuole che un'intera generazione veda del tutto sprecata la sua formazione, le sue competenze, gli sforzi economici delle famiglie e dello Stato, la sua stessa vita. E qui un ceto politico capace di pensare avrebbe materia su cui esercitarsi. Se si riflettesse sulla collocazione che nella geografia economica internazionale, e perfino nell'immaginario, l'Italia ha ormai assunto come paese della bellezza artistica, del bel paesaggio, della musica, della cultura umanistica una classe dirigente degna di questo nome investirebbe molto in quest'ambito. E invece, proprio in questa sfera, i segnali, negli ultimi anni, mostrano una persistente bonaccia. Anzi si assiste spesso a una evidente regressione. Ad esempio, si lasciano le soprintendenze sotto organico, non si assumono giovani, si lesinano investimenti, come Salvatore Settis va denunciando solitariamente ormai da anni. Eppure c'è tanto lavoro potenziale in campo artistico e culturale per la nostra gioventù. Anche se alcune occupazioni potrebbero rivelarsi solo temporanee, si garantirebbe un grande impulso alla valorizzazione del nostro patrimonio. Si pensi a quanto utile impiego potrebbero essere destinate l'intelligenza e le competenze dei nostri ragazzi nella catalogazione dei beni artistici e culturali, nei musei, nelle città, nel territorio. Oggi quanti reperti, ammassati nei depositi, attendono di essere catalogati, e potrebbero dar vita a mostre temporanee in giro per l'Italia? Quanta produzione filmica promozionale ad esempio con la creazione di dvd si potrebbe realizzare sulle nostre bellezze, artistiche, naturali, paesaggistiche, da far conoscere in giro per il mondo? Anche nel campo della digitalizzazione dei beni documentari e librari si potrebbe fare tanto, visto l'immenso patrimonio archivistico e bibliotecario di cui godiamo. Quante utili risorse finanziarie potrebbero rientrare nel nostro paese grazie alla possibilità di far utilizzare a distanza i nostri preziosi documenti d'archivio, i nostri testi, facendo risparmiare a migliaia di studiosi sparsi per il mondo la spesa e il peso di un viaggio? Ma sono l'università e il mondo della ricerca il luogo centrale per l'occupazione e la valorizzazione della gioventù colta. E qui, davvero l'Italia mostra tutti i drammatici segni di un ventennio di inettitudine del suo ceto politico. E soprattutto indica la sua incapacità di utilizzare le sue stesse risorse intellettuali nella fase della loro maggiore creatività, quando cioè esse sono in grado di fornire i migliori contribuiti al paese che le ha formate. I dati che poco tempo fa ha illustrato Massimo Livi Bacci, non lasciano spazio alle repliche. Nell'ultimo ventennio l'invecchiamento all'interno dell'università italiana è stato impressionante. La percentuale del corpo docente al di sotto dei 45 anni si è dimezzata, passando dal 60 al 32 del totale. Nel frattempo è quasi triplicata quella al di sopra dei 55 anni, passando dal 15 al 41. Nel 2005, su 60 mila persone, appena 4000 avevano meno di 35 anni, mentre oltre 6000 ne avevano più di 65. In vent'anni la percentuale con meno di 35 anni si è dimezzata, e se ne è formata una pari con oltre 55 anni. A questa drammatica senescenza il governo sta rispondendo da quando è in carica, vale a dire dal 2008, con una politica di annientamento dell'università pubblica. Si tagliano pesantemente, di anno in anno, le dotazioni finanziarie e si concede alle facoltà di assumere un ricercatore ogni 5 docenti che vanno in pensione. Nel giro di 5 o 6 anni molte grandi facoltà, soprattutto umanistiche quelle da cui sono usciti i nostri maggiori intellettuali, figure fondamentali delle nostre classi dirigenti saranno prive di docenti, ridotte a dimensioni insignificanti sia sotto il profilo didattico, che scientifico. Il silenzio, o il sommesso brusio, delle forze intellettuali, del ceto politico, del mondo imprenditoriale, dei media, dello stesso corpo accademico a noi appare forse come il segno più inquietante di un paese che ha scelto consapevolmente di mettersi da parte, di stare fuori dalla scena del mondo nel prossimo futuro. Nessuno lancia l'allarme sulla distruzione che sta avanzando? Nessuno si chiede dove andremo senza ricerca, impoverendo le nostre università, preparando sempre meno laureati, e sempre meno all'altezza dei bisogni di conoscenza della nostra epoca? Diciamo la verità. Non colpisce tanto il balbettio del ceto politico, qualunque sia la sua collocazione di schieramento. Su di esso abbiamo già detto quanto era sufficiente dire. Ma davvero stupisce il silenzio del mondo delle imprese. O forse è la nostra ingenuità la causa dello stupore, fondato sull'illusione che gli imprenditori italiani abbiano qualche idea sul futuro industriale dell'Italia oltre la scadenza del prossimo mese? Il ridimensionamento delle università nella vita italiana non è certo questione che attiene agli schieramenti politici. Esso corrisponde alla scelta strategica di un ridimensionamento complessivo dell'Italia nel mondo. Senza ricerca scientifica, senza valorizzazione culturale della nostra gioventù, quale può essere l'avvenire economico del nostro paese? Anche a voler ragionare secondo una logica sviluppista che non ci appartiene e che crediamo ormai senza avvenire quale posto intende ritagliarsi l'Italia sulla scena economica internazionale? Ci trincereremo nella semplice difesa della nostra industria manifatturiera? Contiamo di vendere scarpe e magliette ai cinesi? O speriamo di fare affari nella speculazione finanziaria internazionale con le nostre banche, mentre l'economia reale si assottiglia? Benché tutto sembra opporsi al buon senso, all'evidenza di un interesse generale che coinvolge le sorti di un intero, grande paese, noi crediamo che oggi la valorizzazione della nostra gioventù studiosa e colta coincida esattamente con una strategia di protagonismo possibile dell'Italia nel mondo. Oltre che di difesa ed elevazione della nostra civiltà. Il nostro paese godrà di maggior benessere e sicurezza al suo interno, potrà affermare la sua visione di società solidale, la sua identità aperta agli altri se alla nostra gioventù sarà data la possibilità di formarsi e di avere un ruolo di primo piano nella ricerca e nell'insegnamento. Nel box: Esce oggi "Il grande saccheggio" (Laterza, collana Anticorpi: pagg. 256, 16 euro) di Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza
Il Fatto Quotidiano
22 Gennaio 2011
IL GRANDE SACCHEGGIO - CULTURA, UN DISASTRO ANNUNCIATO. La denuncia dello storico Bevilacqua
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