L'evento-mania ha contaminato anche l'architettura. Abbiamo costruito ogni sorta di orrore, e oggi dopo cinquant'anni di sbornia cementifera ci svegliamo più ricchi e più esigenti e ci rendiamo conto che le nostre città fanno schifo. Bella scoperta. E allora cosa facciamo? Corriamo ai ripari con l'«eventismo architettonico»: sichiama l'architetto famoso - più la firma è celebre più l'amministrazione pubblica si para le spalle - e gli si chiede di progettare un'università, un teatro, un polo espositivo, un museo. Spesso, questi progetti sono bellissimi, per carità. Però altrettanto spesso rischiano di diventare delle cattedrali nel deserto, dei gusci vuoti che avrebbero dovuto riempirsi di vita ma che sono rimasti come molluschi abbandonati sulla spiaggia. Non bastano le gru per costruire le città. Le nostre metropoli sono fatte di mattoni, cemento e vetro ma anche di uomini in carne e ossa, di una società urbana che con queste costruzioni deve interagire. Eccoci allora al punto cruciale: perché ci sono città che crescono in maniera armonica, distruggono interi quartieri destinati a morte certa, riqualificano aree industriali e riescono a costruire nuove metropoli belle e con un'anima (una per tutte Barcellona)? E altre sono città abortite, agglomerati urbani che arrancano intorno a tangenziali senza senso, prove tecniche di costruzione, dove i lavori non sono un'opportunità di sviluppo ma un traguardo? Di questo e di altro si è parlato in un seminario dal titolo «Alla ricerca di una città migliore», promosso dall'Aspen Institute Italia a Venezia al quale hanno partecipato esperti di varie discipline (relatori il ministro Urbani, Guido Martinotti, Vittorio Gregotti, Paolo Costa e Antonio Calabrò). L'idea nuova è questa: per evitare il rischio città-guscio bisogna ripensarle non solo sulla base della produttività ma anche della creatività. E dove la troviamo questa creatività? Nelle università, nei teatri, nelle case editrici, nei musei. Quindi la cultura -nel senso più ampio del termine - diventa prioritaria. L'anno scorso era uscito un saggio di Richard Florida (L'ascesa della nuova classe creativa: stile di vita, valori e professioni), dove l'autore spiegava come mai alcune città crescono a una velocità doppia di altre. Si era accorto, per esempio, che a più alti indici di sviluppo economico corrisponde una forte presenza di omosessuali e dove la crescita produttiva è stata più intensa, si è sviluppata un'offerta di intrattenimento culturale molto ampia. Sulla base di questi dati aveva formulato una teoria fondata sulla regola delle tre T: tolleranza, tecnologia e talento sarebbero i tre parametri che caratterizzano una città creativa. Raro trovare in Italia una città a tre T, più facile trovarne a tre stelle, come gli alberghi. Perché da noi si vende molto un prodotto che già c'è (il marchio Italia ha delle buone rendite in termini di royalties) ma si creano pochi prodotti nuovi. Sempre per il solito principio dell'Evento. Per cui ci siamo abituati a misurare le creatività non sui tempi lunghi della città ma sui tempo corti del consumo.