A Palermo, si sa, basta svoltare langolo per trovarsi dimprovviso nella città "altra", nella casbah, nel ghetto, nel suburbio. Ma basta pure scendere sotto il livello del suolo di pochi metri per sprofondare in una Fossa delle Marianne culturale. Non mi riferisco alla Palermo ctonia e archeologica, ma molto più prosaicamente a quella dei nostri miserandi sottopassaggi. Si allagano alle prime piogge insistenti, si intasano al minimo inconveniente del traffico, marciscono per lumidità, si screpolano al solleone, si sfaldano per lincuria, si riempiono di rifiuti. Talora troppo stretti, talora male illuminati, spesso sordidi, sempre deprimenti. Soprattutto brutti. Quando vi rimaniamo attanagliati, tra il pozzo e il pendolo, il senso di costrizione è accresciuto enormemente dallo squallore che ci circonda. Ovunque volgiamo lo sguardo, la trappola non mostra che nude pareti grigie, maculate di muffa, venate di crepe. Sullasfalto, immondizia ed erba parietaria, buche e gibbosità. Insomma, desolazione e abbandono. Si prenda per esempio il sottopassaggio nei pressi del palazzo di giustizia. Procedendo in direzione di corso Alberto Amedeo, lautomobilista non proprio distratto noterà alla sua sinistra una zona di sosta recintata di cui non è facile capire la funzione, ma che di fatto pare adibita a secolare pattumiera. Leffetto non è certo tra i più piacevoli.