Il florilegio di casi di censura o tentata censura (quasi tutti per mano leghista) offerto ieri, su questo giornale, merita unattenzione non episodica, non essendo episodico il fenomeno, e neppure circoscritto al Veneto. Vale la pena, intanto, rifare in estrema sintesi lelenco dei casi più recenti. Lassessore alla Cultura della Provincia di Venezia chiede alle biblioteche pubbliche di far sparire i libri degli scrittori firmatari di un appello (del 2004) pro-Battisti. Lassessore regionale allIstruzione vorrebbe estendere questo divieto alle scuole di ogni ordine e grado. Un sindaco leghista del Trevigiano ha ordinato al suo bibliotecario di epurare dagli scaffali i libri di Roberto Saviano. (A latere, e di diverso genere: un deputato della Lega chiede di vietare il Diario di Anna Frank nelle scuole elementari, perché il soggetto è inadatto ai minori. Inadatta ai minori, del resto, fu anche la deportazione nel lager di Anna, avvenuta quando aveva 15 anni). Perfino peggio dellintenzione censoria, segno di intolleranza, è la totale confusione tra autore e opera, segno di ottusità. Facendo gli ovvi distinguo sulla qualità e lentità del "caso politico", è come se si chiedesse di levare dalle biblioteche Heidegger o Junger perché filonazisti, Céline perché antisemita, Gorki perché stalinista, Marquez perché amico di Castro. A impedirlo - almeno in tempi moderni, e in Occidente - è quel minimo di elaborazione culturale che consente di preservare lopera perfino dalle vicende personali del suo autore, che può essere il peggiore dei mascalzoni ma un rimarchevole scrittore; nonché di "tollerare" come un fatto naturale, congenito ai nostri costumi, lesistenza di parole e pensieri che confliggono con le nostre convinzioni: sarebbe, più o meno, la democrazia. E sarebbe, più o meno, la libertà di dare e di ricevere cultura. Frugando negli archivi, o nella memoria di cittadini normalmente informati, tornano alla luce molti episodi congeneri. Dal tentativo di mutare nome a una biblioteca del bergamasco intitolata a Giuseppe Impastato (eroe della lotta alla mafia, ma comunista, e per giunta siciliano) alla scuola di Adro pavesata con il Sole delle Alpi. A questo malinconico quadro mi permetto di aggiungere due episodi dei quali chi scrive è involontario (molto involontario) protagonista. Li racconto con qualche esitazione, perché non amo il vittimismo di chi promuove a martirio gli ordinari inconvenienti che possono capitare a chi scrive, comunica, recita. Se non altro per rispetto a chi, per quanto scrive, rischia la vita e la galera. Ma li racconto perché sono paradigmatici di un clima che non va sottovalutato né frainteso. Primo episodio. Lo scorso anno uno spettacolo del teatro dellArchivolto tratto da miei testi va in scena a Novara. Lo spettacolo non piace a esponenti locali della Lega (pare anche il sindaco). Detto fatto, il direttore artistico del Teatro Coccia, Carlo Pesta, scrive allArchivolto per comunicare "la totale disapprovazione per i pessimi contenuti del vostro spettacolo", comunicando che "la vostra presenza sul nostro palcoscenico sarà ovviamente sgradita". Si chiama ostracismo: siccome al nostro sindaco non piace quello che dite, voi a Novara non mettete più piede. Secondo episodio. Credo di essere la prima persona al mondo querelata da una città. Trattasi della città di Varese, la cui giunta, sindaco in testa, non ha gradito un articolo di satira pubblicato sullEspresso. Larticolo, usando la meta-lingua tipica della satira (che, come capiscono anche i bambini, non è cronaca, è la sua trasfigurazione) si faceva beffe dellaeroporto di Malpensa, troppo lontano da Milano e molto vicino, appunto, a Varese. Tra le battute che hanno suscitato lindignazione del governo locale, lannuncio che lUnesco ha deciso di proclamare Varese non già patrimonio, ma gruzzolo dellumanità. Pare che non sia vero: ed è a causa di questo assunto (non è vero, Varese non è gruzzolo dellumanità) che darò disturbo, non per mia colpa, a un Tribunale della Repubblica. Surreale la satira, non può che essere surreale anche la querela: è come se il sindaco di Genova portasse in tribunale chi fa battute sulle tirchieria dei genovesi, o la Regione Calabria querelasse Cetto Laqualunque, o Israele chiedesse a Philip Roth di smentire levidente dileggio della famiglia ebraica contenuto nel "Lamento di Portnoy". Tirando le somme. A spiegare questo grumo di reazioni goffe, strette censorie, incapacità di sopportare linevitabile varietà delle opinioni e delle culture, lintolleranza non basta. Ci vuole una speciale propensione a equivocare sui linguaggi, le competenze, le abitudini culturali contratte in decenni di democrazia, i diritti del pubblico (dei lettori, degli spettatori, degli autori). Per molti dirigenti e amministratori leghisti (non tutti, si spera) non è lignoranza a disarmare il popolo. È la cultura. Spiace, e allarma, che spesso siano assessori alla Cultura a trasformare questa diffidenza in censura. Non sapendo e non volendo promuoverla, la controllano, la arginano, la zittiscono.
LA CULTURA AL BANDO
I casi di censura o tentata censura in Italia sono numerosi e variegati. L'assessore alla Cultura della Provincia di Venezia chiede alle biblioteche pubbliche di rimuovere i libri degli scrittori firmatari di un appello pro-Battisti. L'assessore regionale all'Istruzione vuole estendere questo divieto alle scuole di ogni ordine e grado. Un sindaco leghista del Trevigiano ha ordinato al suo bibliotecario di epurare i libri di Roberto Saviano. Un deputato della Lega chiede di vietare il Diario di Anna Frank nelle scuole elementari. Questi casi sono segni di intolleranza e di ottusità, che confondono autore e opera.
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