Molto rumore per nulla. E poi? Un impenetrabile silenzio. E questo il destino che è toccato a Giorgio Vasari. Lo scrittore e artista aretino che, per primo, diede ordine alla storia dell'arte italiana, privilegiandone, come era accaduto per la lingua, le radici toscane. Alla fine del 2009 era uscita una notizia che sembrava inventata dai protagonisti del film Amici miei. Un vecchio signore, Giovanni Festari, proprietario dell'archivio Vasari in Arezzo, poco prima di morire avrebbe venduto l'archivio, custodito in un armadio chiuso a chiave, a una società russa per 150 milioni di euro. Interrogato dai giornalisti, definii la notizia una bufala e ricordai un episodio di 10 anni prima, quando fui cercato dallo stesso Festari per fare una valutazione delle carte contenute nell'archivio ed eventualmente curarne la vendita. Ricordo che andai e proposi una valutazione ottimistica, intorno ai 2 miliardi e mezzo di lire. Non se ne fece niente, ma già allora la situazione era chiara. L'archivio contiene 31 filze di documenti, con autografi di Vasari, lettere (tra le quali 17 di Michelangelo) e corrispondenze con i papi (Paolo III, Giulio III, Paolo IV, Pio IV, Pio V). Ma, oggi come allora, le condizioni dell'archivio sono chiarissime; per legge non potrà spostarsi da Arezzo e neppure dal luogo fisico in cui si trova. Infatti lo Stato lo ha vincolato per salvaguardarlo e conservarlo nella sua integrità. Vasari lasciò la sua casa agli eredi. Una volta estinti gli eredi, la casa passò alla Fraternita dei laici di Arezzo. Nel 1911 lo Stato le affittò i muri, ma non i beni e gli arredi, che furono acquistati dai Festari, pur riconosciuti proprietari delle carte d'archivio. E benché la proprietà resti oggi indiscussa, le carte sono state convenientemente sottoposte dalla Sovrintendenza archivistica non solo al vincolo di interesse storico, che implica la prelazione dello Stato in caso di vendita, ma anche al vincolo di pertinenza che lega i beni ai luoghi in cui si trovano. Che interesse avrebbe, dunque, un qualunque compratore che non fosse lo Stato, compresa la società Ross Engineering, ad acquistare, per una cifra esorbitante, carte inamovibili? Eppure, malgrado l'evidenza della legge, si è continuato a parlare del rischio di un trasferimento dell'archivio fuori dall'Italia, in Russia, con uno Stato impotente che non esercita la prelazione e che rischia di perdere documenti tanto importanti. Ma la realtà è che non esiste alcun compratore russo, bensì la farsa di una vendita falsa e truffaldina per indurre lo Stato a comprare. Ed è clamoroso che ancora in questi giorni si legga sul Corriere della sera (di martedì 18 gennaio) che, tra ignoranza e malafede, scomodando il presidente della Repubblica, la Consulta universitaria per la storia dell'arte continui a diffondere il falso allarme di minacciosi compratori russi che «possano un giorno aggirare il vincolo di pertinenza e trasferire l'archivio altrove». La vera bufala è questa. Festari, pur in punto di morte, doveva essere combattuto fra il tentativo di fregare lo Stato (evitando il pignoramento che l'Equitalia aveva disposto proprio sull'archivio) e l'idea di una grande burla alla città e al suo sindaco inutilmente allarmato. L'agitazione intorno all'archivio consente ora a Festari di ridersela anche dall'aldilà, vedendo tanta incompetenza e stupidità. Ma intanto il vero danno a Vasari l'ha fatto lo Stato, con i tagli che, imposti dal ministro Giulio Tremonti al ministro Sandro Bondi, hanno obbligato al sacrificio di tutte le attività non istituzionali del ministero, come le celebrazioni promosse dai comitati nazionali dedicati a grandi artisti, scrittori, filosofi. Tutti aboliti a partire dal 2010. L'unico sopravvissuto è, per le circostanze, quello dedicato a Cavour. Con gli altri è caduto anche il comitato Vasari, che si era insediato in occasione del quinto centenario della nascita del grande artista e scrittore, nel 1511. Ho vanamente cercato di convincere Bondi che andava salvato anche il Vasari, che era giusto considerare come il Cavour della pittura italiana. Pur con il rammarico del ministro, il comitato è saltato, e così le celebrazioni. Intanto, probabilmente, salteranno anche le iniziative a Bosco Marengo, il santuario che il Vasari concepì per Pio V. Un'architettura monumentale con importanti pitture dello stesso Vasari, intorno alle quali si pensava di documentare la diffusione del manierismo toscano e, in particolare, michelangiolesco, dopo l'episodio di Palazzo Te a Mantova. Non so cosa Firenze e Arezzo intendano confermare o fare, ma è certo che la Sovrintendenza veneziana ha deciso comunque di realizzare una mostra importante, in Palazzo Grimani, sull'influenza del Vasari (attivo a Venezia in Palazzo Corner Spinelli, nel 1542) sui grandi maestri veneziani, a partire da Tiziano, che proprio vedendo il Vasari ha avuto una sbornia michelangiolesca, avvertibile nel soffitto della chiesa di Santo Spirito, oggi nella Sacrestia della Salute. E una nefasta influenza michelangiolesca si vede anche nel ritratto di Pietro Aretino. Ma i formidabili «sotto in su» sono documentati dai meravigliosi dipinti del soffitto del Veronese a San Sebastiano, per la prima volta a portata di mano ed eseguiti con la libertà di un impressionista. Il passaggio di Vasari a Venezia influenzerà anche Tintoretto e Lorenzo Lotto, che, a suo modo, nel 1542, a San Zanipolo metterà in scena santi e mendicanti nella più complessa composizione che abbia mai concepito. Mettere insieme i soffitti di Palazzo Corner Spinelli di Vasari e i dipinti dei grandi maestri veneziani è una grande scommessa che stabilisce una congiunzione ideale tra pittura toscana e veneziana, cui Vasari aveva dedicato attenzione e ammirazione