Presentata la mozione di sfiducia. Al ministro indicati cinque punti: «Agisca subito, oppure se ne vada». L'hanno soprannominata un'operazione di «patriottismo costituzionale» perché «l'articolo nove della Costituzione impone la cura del patrimonio culturale». Con queste parole Fabio Granata ha presentato ieri, assieme a Rocco Buttiglione e Francesco Rutelli, la mozione di sfiducia - firmata da Fli, Udc e Api - al ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che approderà in aula assieme a quella di Pd e Idv lunedì prossimo. Era stata ventilata più volte l'azione da parte dei parlamentari dell'opposizione di centrodestra sul caso Bondi. Le cause? Tante: dai tagli al mondo del cinema ai crolli strutturali a Pompei, dalla cancellazione del Fus fino ai mancati fondi per il restauro e la manutenzione del patrimonio e al ridimensionamento del personale del ministero, architetti e archeologi compresi. Le risposte? Fino a questo momento deboli, quasi nulle: per cui «questa mozione - ha chiarito Rutelli - è e vuole essere» prima di tutto «un atto d'accusa drastico nei confronti di una politica culturale disastrosa che accomuna tutta la compagine di governo». La motivazione della mozione infatti, come si legge nel testo, risiede appunto nel fatto che «il ministro, a differenza dei suoi colleghi, non è stato in grado di far valere la propria iniziativa presso il presidente del Consiglio, il ministro dell'Economia e in seno alla collegialità del Consiglio dei ministri». Perché dinanzi «alla linea prevalente del governo» che «tende a definire la cultura come un costo superfluo per le finanze pubbliche» la sua risposta è stata insufficiente, se tutto un mondo è sceso in piazza contro l'azione di governo. Ma rispetto proprio alla mozione, per Bondi si apre al tempo stesso anche un'opportunità offerta dal nuovo polo al titolare del Mibac. Perché - come hanno spiegato ieri i promotori - se il ministro dovesse "comportarsi bene" su cinque specifiche richieste c'è il tempo sufficiente per rivedere l'atteggiamento dei parlamentari al momento del voto. La via d'uscita insomma, a pochi giorni dal D-day, ci potrebbe essere nel momento in cui Bondi dovesse ottenere nella sede opportuna alcune concessioni preliminari. Nella fattispecie si tratta di una deroga al blocco delle assunzioni dei candidati che hanno vinto concorsi del ministero; la proroga di tax credit e tax shelter (al momento rifinanziate per soli sei mesi) per il cinema; il reintegro per 200 milioni del Fus; la cancellazione del divieto degli investimenti in cultura dei Comuni; uno stanziamento di 300 milioni per la tutela del patrimonio. «Se Bondi - ha spiegato ancora Rutelli - riuscirà a imporsi in Cdm su questi punti noi siamo pronti a valutare un atteggiamento diverso, altrimenti si voterà e si prenderà atto del coma irreversibile della cultura italiana». Al centro della mozione, però, non vi è solo la richiesta di un impegno di Bondi sui cinque punti. Ma un invito al governo a rivedere una certa politica sul concetto di valorizzazione del bene artistico, da qualche tempo troppo legato alla sua "spendibilità": non a caso si legge nel documento come occorra «confutare l'infondata teoria circa una presunta capacità di "autofinanziamento" della cultura, sulla base di astratte ipotesi di sfruttamenti economici di giacimenti culturali, o dei proventi turistici». Questo, continua il testo, perché «i compiti primari dei poteri pubblici non potranno mai essere sostituiti da meccanismi di mercato che non potrebbero essere remunerativi rispetto agli imprescindibili e gravosi oneri della tutela, del restauro, della manutenzione, della gestione». Il fatto grave, poi, è che ciò si accompagna a un danno che deriva dall'aver ridotto allo 0,18 del Pil la quota del bilancio della cultura e dal fatto che si distruggono nello stesso tempo «le risorse pubbliche e si annullano o si comprimono le possibilità di intrapresa dell'iniziativa privata». Insomma, quella che propone il Polo della nazione a Bondi è una vera e propria sfida sulla missione non solo economica ma anche di prospettiva del ministero. E la risposta del diretto interessato, ovviamente, non si è fatta attendere. E non sembra avere preso molto "sportivamente" l'invito giunto da Granata, Rutelli e Buttiglione: «Con la decisione di presentare una mozione di sfiducia individuale nei miei confronti - ha replicato Bondi - Fini e Casini hanno di fatto avallato la decisione presa dal Pd e dal partito di Di Pietro». Prima di tutto perché, come ha sostenuto, «mi sono più volte impegnato per ottenere maggiori risorse». E poi - pur riconoscendo che «i partiti di Casini e di Fini hanno presentato la mozione di sfiducia in modo tale da porre una seria questione di ordine politico e istituzionale» - Bondi sembra essere irritato proprio dalla scelta dell'azione individuale contro di lui: «La domanda che pongo a tutti è la seguente: d'ora in avanti il confronto politico in Italia avverrà, non più sul piano delle idee e delle diverse, e, fino a prova contraria, legittime, soluzioni proposte ai problemi del Paese, bensì attraverso l'uso e la prassi di presentare nei confronti dei propri interlocutori delle mozioni di sfiducia individuali in Parlamento?». Ma è alla fine che l'autodifesa del ministro raggiunge l'apice quando il ministro mette al centro del discorso l'etica: «Quello che accade è un altro segno dei tempi, l'espressione dello stravolgimento delle regole istituzionali un tempo da tutti accettate e rispettate e del venir meno dell'etica politica». Certo che di questi tempi, rispetto a quello che sta succedendo con il caso Rubygate, parlare proprio di etica...