ROMA. «Lavoro in una delle città con più offerta culturale in Europa. Un'offerta che spazia dall'archeologia all'arte contemporanea. E questo non è un limite, ma un vantaggio da sfruttare. Come? Valorizzando l'intreccio di antico e moderno». Parola di Luca Massimo Barbero, direttore del Macro, il Museo d'arte contemporanea della capitale, invitato dall'Accademia Americana a co-curare la mostra "Accademia, Stanze, Persone" che si apre oggi con i lavori degli artisti italiani borsisti negli ultimi cinque anni, fra cui Manfredi Beninati, Luca Vitone, SISSI, Carola Bonfili. Già curatore della Collezione Guggenheim a Venezia, Barbero ha dimostrato come sia possibile trovare un equilibrio fra retaggio internazionale e coinvolgimento locale. Ad autunno il Macro ha inaugurato la nuova ala, progettata dall'architetto francese Odile Decq, in cui sono state allestite diverse mostre prorogate fino a febbraio, visto il favore del pubblico: "Laboratorio Schifano", "Drawing Space" di Antony Gormley, "L'Attico" di Fabio Sargentini e "Are you really sure that a floor can't also be a ceiling?" di Bik Van der Pol, vincitrice del Premio Enel Contemporanea 2010. Come direttore del Macro perché ha co-curato la mostra all'Accademia Americana? «Fin dall'inizio ho cercato di ampliare il rapporto con la città, collaborando come Museo e come invitato personale. Alcuni degli artisti vincitori della borsa di studio dell'American Academy hanno anche già esposto al Macro, così come stiamo collaborando con fondazioni private italiane e internazionali». Roma è una città più avvezza alla novità dell'evento che non a una reale inclinazione al contemporaneo. Che strategia si è prefigurato? «Sono ormai quasi due anni che affronto Roma al Macro con l'arte contemporanea e devo dire che, contrariamente ad ogni previsione, la città ha reagito in modo assolutamente straordinario, con grande curiosità. Sono ormai più di 50 mila i visitatori venuti a scoprire i nuovi spazi, inaugurati lo scorso 3 dicembre in via Nizza, e questo dimostra che in città c'è un nuovo interesse e anche un chiaro bisogno di contemporaneità. Facendo spaziare le mostre dal passato recente a giovani artisti e critici che lavorano a Roma si può far incontrare la velocità del contemporaneo con la scientificità della storia dell'arte». E' indubbio però che Roma, con la mole del suo passato, pena di più rispetto ad altre metropoli. «Penso che Roma sia una delle città con più offerta culturale in Europa, dall'archeologia all'arte contemporanea, e permette di vedere tutto ciò contemporaneamente. Questo è un grande vantaggio che la città deve riscoprire, non mettendo in conflitto antico e moderno, ma valorizzandone la sinergia». E poi c'è il campanilismo di una città che divide gli artisti persino per quartiere... «Il "campanilismo" c'è in tutte le città italiane, Roma però è anche capitale e come tale è un grande laboratorio. Al Macro riusciamo a presentare sia i giovani artisti che qui lavorano, sia ciò che si intende come locale ma che in realtà è letto internazionalmente come espressione artistica italiana. La cosa più interessante è presentare insieme artisti romani e artisti internazionali che dedicano le loro mostre e le loro opere al fascino di Roma. Crea cortocircuito positivo che abbatte ogni campanilismo e mostra le qualità delle opere al di là del localismo». Parliamo della nuova ala, progettata da Decq. Ai cosiddetti archi-star viene spesso contestato di costruire marchi personali più che spazi funzionali all'arte. E il caso anche del Macro? «La nuova ala è una parte integrante del museo, una parte che mancava alla struttura della vecchia birreria. Odile Decq non ha creato un monumento a se stessa ma una parte utile per tutto il quartiere: due piani di parcheggio, una grande libreria, uno spazio d'accoglienza come il foyer, ampliando lo spazio espositivo e aumentando le potenzialità di tutto il Museo. Ha certamente lasciato una sua nuova cifra estetica, ma non ha creato un luogo delle vanità». Cifra lasciata anche al Maxxi da Zaha Hadid. Come differenziare i due Musei, comunale il Macro, nazionale il Maxxi? «Non si tratta di differenziarsi dal Maxxi ma, come sta già accadendo, di costituire una rete di formazione e informazione intorno alle arti del XX e XXI secolo, che includa anche la Galleria nazionale d'arte moderna. Questo renderebbe la rete museale romana davvero unica».
Roma. Intervista al direttore del Macro
Il direttore del Macro, Luca Massimo Barbero, ha parlato della sua esperienza di co-curatore della mostra "Accademia, Stanze, Persone" all'Accademia Americana a Roma. Barbero ha sottolineato l'importanza di valorizzare l'intreccio di antico e moderno nella città, che spazia dall'archeologia all'arte contemporanea. Ha anche parlato della nuova ala del Macro, progettata dall'architetto Odile Decq, che è stata inaugurata lo scorso dicembre e che ha ricevuto un grande successo di pubblico. Barbero ha sottolineato che la città di Roma è più avvezza alla novità dell'evento che non a una reale inclinazione al contemporaneo, ma che il Macro ha riuscito a cambiare questo paradigma.
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