Finita lillusione che il governo locale potesse rendersi protagonista della ricostruzione civile e morale della città, la percezione della inettitudine dellintera classe politica e di una parte consistente della società è divenuta acuta e lacerante. Per anni abbiamo insistito sulla necessità di un autogoverno federale: un processo costituente innervato di relazioni e comportamenti, più che di istituzioni. Il paesaggio che abbiamo di fronte ci suggerisce una maggiore prudenza, nella speranza che le generazioni future sappiano utilizzare una così potente risorsa civile e istituzionale. Più saggio commisurare progetti e azioni su obiettivi circoscritti e limitati. Già questa sarebbe una sfida considerevole. Elezioni. Nellinteresse della città, sarebbe meglio fossero "bipolari". Ma non è semplice. La regressione nazionale di un bipolare che vive solo in una legge è sotto gli occhi di tutti. Del resto, questo sistema è sempre stato largamente minoritario nei comportamenti e nelle pratiche quotidiane di governo, soprattutto per la debolezza della società civile. Non sarà facile, dunque, assistere ad una competizione tra leadership con programmi chiari e stili di governo espliciti. Nel Partito Democratico, in particolare, si ha limpressione che si cerchi più il migliore rappresentante dello schieramento, che un possibile vincitore delle elezioni istituzionali (non si possono fare le primarie per regolare i rapporti di forza interni). Daltra parte, a destra, non si possono trasferire localmente i contrasti nazionali della coalizione. Se così restano le cose, ad esalare lultimo respiro saranno le stesse formule di centrosinistra e centro-destra. Da cosa ripartire, allora? In tutta evidenza, dal fallimento del governo comunale uscente. Un fallimento consumato nella desolante mancanza di alternativa di unopposizione che ha oscillato tra la mera denuncia e la consociazione di fatto. Ecco perché sarebbe già un grande passo in avanti se la competizione elettorale si svolgesse su due o tre cose da realizzare: la riforma della macchina amministrativa, la pulizia quotidiana delle strade o altre funzioni ordinarie. Ma sappiamo bene che da noi anche realizzare lovvio è unimpresa straordinaria. Il Comune di Napoli è una struttura smisurata e macchinosa. Il livello dei servizi è talmente basso che nessun aggiornamento tecnico potrebbe funzionare. Solo una riforma specifica con tempi e risultati precisi potrebbe avere possibilità di riuscita. Se si ha lumiltà di ascoltare gli umori della città, ci si accorge che alla maggioranza dei cittadini napoletani importa poco se sia il centrosinistra o il centrodestra a governare Napoli. Interessano solo le cose che si realizzano. Le persone che le realizzano. La bocciatura degli incapaci e, al contrario, la promozione di chi onora la fiducia assegnatagli dai cittadini. Al candidato sindaco i napoletani chiedono una modernizzazione civile e politica, una capacità riformatrice che restituisca spazi allopinione pubblica e autonomia alla società civile, una rottura con le logiche delle appartenenze e delle clientele, ma anche conoscenza delle questioni che stanno emergendo su uno scacchiere geopolitico caldissimo come il Mediterraneo. Lenfasi su Napoli capitale è stata uninintenzionale cortina fumogena che ha occultato un vistoso declino. Ora occorre la consapevolezza morale di essere nel punto più basso della storia. Risalire la china sarà un lavoro duro e doloroso. La rinascita napoletana (se mai sarà) avrà i caratteri di un cammino di lunga durata, complesso, per molti versi indipendente dai governi locali e nazionali. Riguarderà tutta la classe dirigente cittadina, non solo quella politica. Forse sarà proprio questo il battesimo di una nuova classe dirigente, se si saprà dar vita a unalleanza orizzontale, autorganizzata, di un certo numero di napoletani "riformati"; se si saprà dar spazio a una rete di imprese, comunità scientifiche, istituti culturali, comunità religiose, associazioni. Per questo saranno necessari sempre più società, pluralità, intraprendenze personali e sempre meno governo. Se cè troppo governo, il buon governo è un mito. Se si pretende di governare tutto, il malgoverno è assicurato. Un buon governo è possibile con un governo limitato dallattività libera e incessante nella società, da funzioni di rappresentanza, garanzia, sicurezza. Tutto il resto fuori. Non è affatto un caso che i migliori governi locali siano espressione di società autonome e sviluppate. È unutopia? Se così fosse, lo si dica. In ogni caso si tenga distinto il tema del nuovo governo comunale dai lunghi e complessi processi di formazione di una classe dirigente degna di questo nome. Per ora questa è una meta lontana. Anche se, per quanto lontana, essa segna con forza la nostra responsabilità di uomini e di cittadini. Verrebbe da dire: "God bless Naples!"