LanticipazioneUn brano da "La fine della città", libro-intervista con lurbanista Benevolo "Non si possono produrre cose dalloggi al domani, bisogna avere pazienza. è questa la lezione che le grandi star di oggi, travolte dal successo, hanno dimenticato" Leonardo Benevolo, classe 1923, è uno dei padri dellurbanistica italiana e fra i massimi storici dellarchitettura. Anticipiamo un brano dal libro-intervista curato da (La fine della città, Laterza, pagg. 159, euro 12). impazienza, lei dice, è uno dei caratteri dominanti dellarchitettura contemporanea. Che cosa vuol dire? «È unespressione che traggo da Le Corbusier. La caratteristica dellarchitettura moderna, diceva, è la "recherche patiente". Occorre essere pazienti, larchitettura non è unattività che si realizza producendo cose dalloggi al domani. È unarte difficile, dove quasi non esiste la precocità e tutta una vita basta appena per imparare la virtù principale, cioè la capacità di distinguere fra quel che è importante e quel che non lo è. È un tirocinio lento. Invece il successo precoce un successo di pubblico o mediatico è una caratteristica oggi frequente e spesso decisiva, che talvolta congela una ricerca in atto rendendo definite le carenze di ogni esordio e attribuisce immediatamente a un autore unimmagine riconoscibile». Mi fa un esempio? «Daniel Libeskind, classe 1946, realizza fra il 1989 e il 1999 il Museo dellEbraismo a Berlino. (...) È un edificio efficace e commovente. Ma poi Libeskind separa il suo linguaggio dai contenuti e ne fa la costante di opere successive completamente daltro genere: questo linguaggio lo adopera, in scala gigantesca, nel progetto per la ricostruzione di Ground Zero a New York». Altri architetti usano soluzioni molto simili fra loro per occasioni diverse. «Questi protagonisti impazienti della scena attuale arrivano al successo e si sentono prematuramente soddisfatti. In questo modo, però, perdono quella pazienza raccomandata da Le Corbusier e ricadono, volentieri o no, nel mercato delle tendenze ideologiche dominanti». (...) Ci avviciniamo ai territori fosforescenti delle archistar? «(...) Le archistar appartengono a un sistema che non è quello che chiamiamo architettura moderna. È unaltra attività che ha più a che fare con ladvertising, con la pubblicità. La caratteristica prevalente è che tutto gira intorno a remunerazioni elevatissime. È unarchitettura che piega verso la creazione artistica: se larchitettura viene giudicata come uno dei mezzi per influire sul mercato delle idee, dellimmagine, della moda è pronta per entrare in un mondo del tutto diverso da quello cui siamo abituati. Se torniamo alle parole di Le Corbusier, larchitettura è un servizio che si presta alluomo, per lintera vita quotidiana, non solo per la ricreazione». (...) Proviamo a introdurre qualcuno di questi protagonisti della scena architettonica. Di Libeskind abbiamo parlato. Tocca a Frank O. Gehry. «Gehry è un architetto già anziano, che da poco ha compiuto gli ottantanni. La sua fama mondiale comincia dal Museo Guggenheim di Bilbao, (...) un manufatto insolito, dove la presenza dei locali interni è nettamente subordinata al prestigio dellimmagine esterna in quel particolare contesto cittadino, che indubbiamente ha contribuito a rivitalizzare. (...) Non ha laria di credersi un genio, parla spesso come un artigiano. Lo conosco personalmente, sono i suoi ammiratori che lo ritengono tale: inoltre molti suoi estimatori hanno creato intorno ai suoi edifici un alone artificialmente aggressivo». (...) Zaha Hadid? «Zaha Hadid è unartista nel senso tradizionale della parola. Realizza sculture e soprammobili. Che hanno un loro mercato, ma coprono una fetta infinitamente poco importante nella vita delle persone» (...) Proviamo con qualche italiano: Massimiliano Fuksas. «È stato un mio studente a Roma. Un simpatico bohémien. Ha trovato il successo in Francia, ma poi lo ha moltiplicato in Italia e ora è un protagonista della scena architettonica. Sta realizzando il Palazzo dei Congressi a Roma, formato da una teca dentro cui ha immaginato una nuvola che ha la forma del cadavere di una pecora. Ma i tre quarti di questo progetto li scarterei. Si affida completamente allinvenzione, ma non sa conformarvi le realizzazioni concrete. (...)». Renzo Piano, invece, fa parte ai suoi occhi di unaltra categoria. «Certamente. La sua base è tecnologica, ma è capace di correggersi, credo che sia la sua dote principale. Invece di seguire il percorso più tipico delle archistar, che è quello di fare un po le cose come vengono, e quindi di peggiorare, lui inventa modi per ottenere dai materiali nuovi effetti». (...) Koolhaas? «Sperimenta se stesso in una quantità di campi, larchitettura, lurbanistica, lelaborazione culturale, lanimazione teorica e poi il cinema, la critica, linsegnamento. Le sue doti sono evidenti. (...) Ma a suo vantaggio è da ascrivere la gestione pubblica di molti suoi interventi in Olanda, che rende razionale luso dei suoli fabbricabili, seleziona i progetti migliori e garantisce che la libertà dellarchitettura serva gli interessi generali e non quelli della proprietà privata. (...) Altrove si tocca un punto problematico dellesperienza di Koolhaas: labitudine, spesso artificiosa e fuorviante, di affiancare alledificio una presa di posizione teorica, che talvolta ha la meglio sul lavoro concreto».