L'OPERA Eseguita da Raffaello nel 1507 per la nobile famiglia Baglioni di Perugia, la Deposizione fu sottratta per volere del cardinal Borghese dall'altare della chiesa di San Francesco cent'anni dopo, nella notte del 19 marzo 1608, e da qui trasportata a Roma nella sua collezione. L'attuale restauro viene realizzato 32 anni dopo quello condotto da Laura e Paolo Mora con l'apporto scientifico dell'Istituto centrale del Restauro Forse è stata chiarita una delle incognite della Deposizione di Raffaello: l'identificazione del paesaggio sullo sfondo. Si presupponeva che fosse un'immagine della campagna umbra, dato che Raffaello, quando aveva dipinto il quadro, aveva appena 24 anni e si trovava ancora a Perugia. Ma nessuno era ancora riuscito a riconoscere il luogo preciso. Ora si scopre che le colline e il castello delineati proprio al centro del dipinto sarebbero quelli di Antognolla, 30 chilometri a nord di Perugia. Il castello e la vallata sono gli stessi che al tempo di Raffaello appartenevano alla famiglia Baglioni, la committente del quadro. Ma a rendere la scoperta ancor più interessante è il fatto che la stessa sia dovuta ad Alessandra Oddi Baglioni discendente delle due famiglie le cui fai-de furono la causa diretta della nascita del dipinto. Per capire meglio bisogna risalire ai primi del Cinquecento, quando a Perugia gli Oddi e i Baglioni si disputavano il comando con guerre sanguinose che ebbero un termine ufficiale quando papa Giulio II, in occasione di un suo passaggio per Perugia, costrinse le due famiglie a fare la pace nel 1507. In quell'anno la tavola della Deposizione era appena compiuta. Ata-lanta Baglioni, vedova di un Grifone già assassinato in una precedente faida, l'aveva ordinata a Raffaello per la propria cappella gentilizia nella chiesa di San Francesco a Prato a Perugia. La scelta del pittore era stata anche una risposta alla sfida culturale della famiglia Oddi, che nella stessa chiesa aveva insignito un altare con la grandiosa pala dell'Incoronazione di Maria, dipinta da Raffaello tra il 1499 e il 1504 e oggi conservata nella pinacoteca vaticana. Il dipinto chiesto da Atalanta doveva commemorare un'altra tragica morte: quella del figlio Grifonetto, ucciso nel 1500 sulla piazza di Perugia e raffigurato nella tavola di Raffaello in uno dei discepoli che trasportano il corpo del Cristo morto. Passano i secoli e le due famiglie rivali si uniscono definitivamente nel 1700, quando una Caterina Oddi sposa un Marcantonio Baglioni. Alessandra Oddi Baglioni, che discende direttamente da loro, vive nei pressi di Perugia. Nei mesi scorsi, sapendo che la Deposizione è in restauro, chiede il permesso di osservarla da vicino. «Ho così potuto notare un particolare che non si poteva vedere con chiarezza quando il dipinto era appeso alla parete, perché rimaneva troppo in alto», racconta. Alessandra si accorge che il castello dello sfondo assomiglia in maniera impressionante a quello di Antognolla, visto durante la sua infanzia nei possedimenti che una volta appartenevano alla famiglia. «Nel frattempo - prosegue - è venuto da me, chiedendo di vedere gli archivi di famiglia, il direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, dove è in corso una mostra su Raffaello giovane. Ho espresso anche a lui la mia ipotesi sul paesaggio della Deposizione e si è deciso di creare un gruppo di lavoro a cui partecipa anche la sovrintendenza ai beni artistici di Perugia, per mettere insieme i documenti che confermino l'identificazione». La scoperta verrà presentata ufficialmente alla fine dei restauri, prevista a dicembre. La tavola di Raffaello è infatti, dal marzo scorso, adagiata su un ripiano allestito all'interno di un box, costruito nella stessa sala della Galleria Borghese che la ospita dalla fine dell'Ottocento, per non creare cambiamenti di microclima. Qui è sottoposta alle cure della restauratrice Paola Tollo, aiutata da Ilir Shamolli, e sotto la direzione di Kristina Herrmann Fiore. Il restauro, reso possibile grazie a una sponsorizzazione della Jaguar che ha messo a disposizione 40 mila euro, avviene a 32 anni di distanza da quello condotto da Laura e Paolo Mora e divenuto una specie di icona dell'Istituto centrale del Restauro. In quell'occasione infatti fu sviluppato un sofisticato sistema di staffe mobili, adatte ad accompagnare e nello stesso tempo a contenere i movimenti delle tavole di legno evitando dannosi sollevamenti del colore come era avvenuto nel precedente restauro ottocentesco. Qualche piccolo sollevamento comunque c'è stato. Per questo ora il dipinto giace costellato da sacchetti di garza riempiti con microsfere di rame. «Li abbiamo posizionati nei punti in cui la pellicola pittorica si era staccata dal supporto ligneo, dopo aver iniettato un consolidante», spiega Tollo. Per il resto, il quadro sembra essere in buona salute. L'intervento più consistente sarà infatti quello estetico, con la rimozione delle vernici trasparenti di protezione stese 32 anni fa e ora alterate e ossidate. L'effetto si può vedere nella parte alta del quadro, dove il lavoro è già stato realizzato. È come se si fosse alzato un velo di nebbia: una luce pulita rischiara il cielo, le nuvole, le colline e fa risplendere le vesti e gli incarnati delle figure. Ma le indagini precedenti alla ripulitura hanno rivelato anche altre curiosità. Come la sagoma di una ulteriore figura proprio al centro del gruppo dei personaggi, tra la Maddalena e il discepolo con le fattezze di Grifonetto. «Era già emersa dalle radiografie effettuate nel 1997 -spiega Fiore - ma adesso si vede più chiaramente nell'immagine ottenuta con la riflettografia. Raffaello aveva abbozzato la figura con una campitura di colore, senza precisare il particolare, e poi deve aver deciso di eliminarla per dare una specie di impeto alla composizione». Infatti si ha l'impressione che i due gruppi di figure intorno al corpo del Cristo si muovano in due direzioni opposte. Una fuga dal centro che rende il quadro uno dei più emozionanti della storia dell'arte. Racconta Giovanni Piancastelli, che ai primi del Novecento fu il primo direttore della Galleria Borghese: «Io stesso posso testimoniare di aver più volte veduto innanzi a questa tavola persone con occhi umidi e più spesso con espressione di tristezza e di compassione prender parte alla dolorosa scena; e, precisamente nel Giovedì Santo del 1893, due signore vestite di nero vidi io singhiozzare a grossi lacrimoni».