COME salvare il nostro patrimonio culturale dal degradoe dagli abusi? È un quesito fin troppo ricorrente, sostenuto da appelli, tanto qualificati quanto disperati, di responsabili delle istituzioni, intellettuali, associazioni. Appelli che, purtroppo, nella maggior parte dei casi sono privi di effetti, rappresentando piuttosto il segno tangibile di un insuccesso delle strategie di tutela. Eppure la vigente normativa, ritenuta attenta e qualificata, regolamenta i criteri e le modalità degli interventi di restauro, stabilisce le procedure amministrative di autorizzazione, le sanzioni; soprattutto prevede che gli enti pubblici competenti (il Comune per gli aspetti inerenti l'abusivismo e la tutela della pubblica e privata incolumità, il ministero per i Beni Culturali per quanto concerne la conservazione dei beni vincolati) possano imporre al proprietario l'esecuzione delle opere atte a garantire la conservazione del manufatto e, in caso di omissione, possano procedere direttamente, ponendone le spese a carico del proprietario stesso. Rimane però insoluto il nodo più delicato della questione, che è quello della mancanza di copertura economica dell'intervento, sia esso di iniziativa privata che pubblica, in quest'ultimo caso carenza che si manifesta finanche nella citata possibilità di anticipazione dei fondi per i cosiddetti «interventi conservativi imposti». È questo il caso di un piccolo gioiello neoclassico, il Bagno della Regina, appartenente al complesso di villa d'Elboeuf, straordinaria e sfortunata villa settecentesca sul mare del Granatello, costruita nel 1711 su progetto di Ferdinando Sanfelice e già ornata di statue e fontane provenienti dagli scavi di Ercolano ancor prima che Carlo III di Borbone scegliesse Portici come sua residenza estiva e desse ufficialmente il via alle campagne di scavo. È questo un sito di primati: qui nasce infatti l'avventura archeologica vesuviana grazie all'intuito di Emanuele Maurizio di Lorena, principe d'Elboeuf, generale dell'esercito austriaco e nipote di Carlo VI, che commissiona le prime fruttuose ricerche nel "pozzo del poeta" posto sul teatro di Ercolano, dal quale recupera ben 177 busti e statue per ornare la sua villa; qui nasce uno dei primi siti balneari italiani, il Bagno della Regina, appunto, realizzato nel 1813 per volere di Carolina Murat. Un piccolo ma prezioso manufatto neoclassico lambito dalle acque del mare, sul quale prospetta il piccolo colonnato dorico vistosamente segnato da lesioni e sormontato da un frontone decorato da quanto resta di una decorazione plastica in stucchi allegorici (una sirena ormai solitaria). All'interno vestibolo e "cabinet", un tempo decorati da Nereidi, cavalli marini, delfini, conchiglie e pesci - gli stessi che di certo guizzavano nella adiacente Peschiera reale - accoglie ormai una discarica di rifiuti; la piccola spiaggia mostra ancora desolata i segni della sua antica funzione grazie a una serie di anelli in piperno destinati a reggere i bianchi velari, che proteggevano dal sole la regina francese. Per la salvaguardia di questo piccolo gioiello desidero lanciare un appello; certo, uno dei tanti, ma veramente estremo, perché il piccolo gioiello rischia il crollo. Tutte le fasi preliminari previste dal Codice dei Beni Culturali per prevenirne la perdita - vincolo, diffida al proprietario per l'imposizione obbligatoria e urgente degli interventi conservativi di urgenza - sono state ormai esperite da quasi un anno e non hanno avuto seguito per l'inadempienza del proprietario stesso. Può partire dunque la fase più delicata, quella dell'intervento sostitutivo da parte del ministero dei Beni Culturali. Ecco, il Bagno della Regina rispetto agli altri edifici monumentali a rischio e oggetto di analoghi appelli, si trova già al nastro di partenza. Il via potrebbe essere la sua salvezza, perlomeno dal crollo. Per la sua definitiva rinascita occorrerà invece lasciare da parte, a malincuore, ogni visione snobistica dei beni culturali e accettarne la riconversione funzionale e economica secondo una scelta che si sta diffondendo in Europa, dai paradores spagnoli alle pousades portoghesi, fino alla recentissima, eclatantee forse discutibile trasformazione di un'ala di Versailles in hotel di lusso. Purtroppo a tanto ci porta la crisi.