Djennè, in Mali, dà voce al malessere delle città nella lista del Patrimonio mondiale dellumanità I residenti sono stanchi delle restrizioni imposte: "Vogliamo vivere, non solo accogliere turisti" I locali: "Ci costringono a restare congelati nel tempo come pezzi da museo" Lorganizzazione: "Ristrutturazioni senza controllo hanno provocato danni irreparabili" Il dissidio culturale non tocca solo questa località ma molte altre in Asia, Africa ed Europa La sua città, Djennè, nel Mali orientale è stata dichiarata dallUnesco Patrimonio dellumanità e il restauro degli edifici è vincolato al rispetto della struttura originale. «Quando una città è inserita nella lista dellUnesco non si dovrebbe cambiare nulla - spiega Maiga - ma noi vogliamo più spazio, nuovi elettrodomestici, cose più moderne. Siamo scontenti». E un dissidio culturale avvertito anche in altri siti patrimonio dellumanità in Africa e nel resto del mondo. I residenti lamentano il fatto di essere congelati nel tempo come pezzi da museo a beneficio dei turisti. «Il problema a Djenné è garantire i moderni comfort usando materiali appropriati senza compromettere i beni culturali» dice Lazare Eloundou Assomo, responsabile per lAfrica del World Heritage Center Unesco. Assomo elenca una serie di siti dove ci sono tensioni analoghe, tra cui lisola di St.Louis in Senegal, lisola di Lamu in Kenya, lintera isola di Mozambico e città asiatiche ed europee come Lione, in Francia. A guadagnare a Djenné il titolo di Patrimonio dellumanità è la straordinaria Moschea. Si tratta della più grande costruzione del mondo in pietra cruda, una sorta di castello di sabbia che sembra atterrato qui da un altro pianeta. Lo stile architettonico, denominato Sudanese, è originario del Sahel. La facciata è dominata da tre minareti a base squadrata sormontati da pinnacoli su cui poggiano uova di struzzo. Fasci di rami di palma conficcati come stuzzicadenti allinterno dei muri creano una sorta di ponteggio permanente che consente la manutenzione periodica dellintonaco delledificio: in febbraio questa operazione coinvolge gli abitanti dellintera città. Djenné è la città gemella di Timbuktu, meno famosa ma meglio conservata. Entrambi i centri conobbero il massimo dello splendore nel 16simo secolo, come snodo delle vie che attraversavano il Sahara per il commercio delloro, dellavorio e degli schiavi. Djenné fu anche importante centro di diffusione della religione islamica nella regione. Quando il re si convertì allIslam nel 13simo secolo, rase al suolo il suo palazzo e costruì una moschea. I colonizzatori francesi del Mali ne supervisionarono la ricostruzione nel 1907. La Grande Moschea era nuovamente sul punto di crollare quando è intervenuta la Fondazione Agha Khan avviando un progetto di ristrutturazione del costo di 900mila. Il tradizionale rivestimento annuale dei muri con nuovi strati di intonaco aveva più che raddoppiato lo spessore delle pareti e appesantito il tetto, troppo anche per la foresta di colonne interne a sostegno dellalto soffitto, una per ciascuno dei 99 nomi di Dio. Nel 2006, i primi rilevamenti per il restauro innescarono disordini che portarono a saccheggi allinterno della moschea, assalti ad edifici cittadini e distruzione di automobili. Apparentemente la radice delle violenze andava individuata nelle tensioni sviluppatesi tra i 12mila abitanti, in particolare tra i giovani, costretti a vivere nella miseria mentre lImam e le famiglie in vista accumulavano ricchezze grazie al turismo. La frustrazione sembra ancora viva tra i residenti, che si mostrano assai più ostili ai turisti rispetto alla popolazione di altre città del Mali. Invece di sorridere lanciano sguardi torvi, e evitano di essere fotografati o chiedono denaro in cambio. Ora che il restauro della moschea è quasi completato lattenzione è puntata su altre problematiche, come ladeguamento della rete fognaria e il restauro delle circa 2000 abitazioni. «Non si può imprigionare la gente nelle architetture originali», dice Samuel Sidibé, direttore del Museo nazionale del Mali di Bamako, la capitale del paese. «Bisogna trovare il modo di evolvere le strutture tradizionali, per soddisfare le necessità fondamentali della comunità in modo da non compromettere larchitettura in pietra cruda, che costituisce lidentità locale». Elhajj Diakaté, 54anni, ha ereditato assieme al fratello tre abitazioni. Non sopporta di doversi chinare per entrare in casa e lamenta il fatto che nessuna stanza è grande a sufficienza per ospitare un letto matrimoniale. E poi le sue mogli e quelle di suo fratello vogliono avere degli armadi. Ma lo spazio per gli armadi non è previsto dai progetti di ristrutturazione del team danese incaricato di salvare più di cento antiche abitazioni cittadine. Così Diakaté ha fatto da solo: ha tirato giù uno muro interno su cui si aprivano due piccoli archi. La casa è crollata. Larchitetto danese ha pianto quando ha visto il disastro. Il problema, dice NDiaye Bah, ministro del turismo del Mali, è modernizzare la città senza intaccarne lantica bellezza. «Se distruggi 2000 anni di storia la città resta senzanima», commenta. (Copyright New York Times-La Repubblica. Traduzione di Emilia Benghi)
La maledizione di abitare in un capolavoro
Djennè, una città nel Mali, è stata dichiarata Patrimonio dellumanità dallUnesco e il restauro degli edifici è vincolato al rispetto della struttura originale. I residenti lamentano di essere congelati nel tempo come pezzi da museo a beneficio dei turisti. Il problema è garantire i moderni comfort senza compromettere i beni culturali. La città ha una straordinaria Moschea, la più grande costruzione del mondo in pietra cruda, e il tradizionale rivestimento annuale dei muri con nuovi strati di intonaco ha appesantito il tetto. Il restauro della moschea è quasi completato, ma lattenzione è puntata su altre problematiche, come ladeguamento della rete fognaria e il restauro delle abitazioni.
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