Corretti gli errori dell'800. Il restauro restituisce un capolavoro del Rinascimento La Madonna di Senigallia ha un posto particolare non solo nella vicenda pittorica di Piero della Francesca ma anche della stessa storia complessiva dell'arte italiana. Assistiamo a una straordinaria simbiosi tra la grande tradizione artistica nostrana, con la meravigliosa misura di questa Madonna monumentale perfettamente inserita nella scatola prospettica della stanza. E insieme ecco il mondo nordico, la pittura fiamminga appresa sicuramente da Piero a Urbino nella raffinatissima reggia di Federico da Montefeltro, con quella finestra semichiusa dalla quale penetra un getto di luce capace di regalare un pulviscolo dorato a tutti i personaggi ma soprattutto all'angelo sulla sinistra. Un autentico capolavoro». Una breve risata: «Quell'angelo, con i suoi capelli color sole e dunque color oro, sembra appena uscito da un parrucchiere...» Antonio Paolucci, ex storico soprintendente fiorentino e già ministro per i Beni culturali, ora è attivissimo responsabile dei Musei Vaticani. Ma in questo caso, con la colta ironia che tutti gli riconoscono, parla da curatore dell'imminente mostra monografica dedicata a Melozzo da Forlì («Melozzo da Forli. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello») che aprirà il 29 gennaio proprio a Forlì, nei Musei di San Domenico. Paolucci è entusiasta. Per la mostra (realizzata anche grazie all'intervento della Cassa dei Risparmi di Forlì che ha finanziato sia la rassegna che le operazioni di restauro) è tornato al suo antico splendore quel magnifico capitolo della produzione di Piero della Francesca, artista tanto studiato quanto ancora povero di certezze biografiche. La Madonna di Senigallia, secondo molti critici, appare come un gruppo «in cammino»: il taglio al busto suggerisce l'idea che i personaggi stiano camminando nella direzione dell'osservatore. La Madonna dunque idealmente deambula, e così l'angelo maschile sulla sinistra (che guarda negli occhi il visitatore) e quello femminile sulla destra. I simboli sono numerosi e particolarmente affascinanti. Il Bambino benedice con la destra e nella sua mano sinistra tiene stretta una piccola rosa bianca, richiamo esplicito alla purezza della Vergine sua madre, mentre al collo ha una collana di coralli rotondi con un pezzo non lavorato come pendaglio, antichissimo simbolo di protezione dei bambini: ma nelle scene artistiche sacre ha sempre avuto un valore di profezia della Passione e Morte del Cristo per il colore rosso-sangue. Gli angeli sono pressoché identici a quelli che appaiono nella famosissima Pala di Brera e c'è chi pensa all'intervento di copia di allievi della bottega di Piero. Il dipinto (olio su tela supportato da una tavola di noce), esposto permanentemente nella Galleria Nazionale delle Marche, ha avuto una vita avventurosa. Venne rubato dal palazzo Ducale di Urbino il 6 febbraio 1975 con «La flagellazione di Cristo». I due capolavori vennero ritrovati il 22 marzo 1976 a Locarno, in Svizzera. Per fortuna non ebbero alcun danno. Il restauro, affidato all'Istituto Superiore per il restauro guidato da Gisella Capponi, segue di oltre mezzo secolo quello già molto accurato e voluto da Cesare Brandi nel 1953 sempre all'Istituto (venne affidato alle mani di Paolo e Laura Mora). A Brandi e ai Mora si devono avanguardistiche (per i tempi) indagini conoscitive (fotografie alla fluorescenza degli ultravioletti, radiografie, sezioni stratigrafiche) che analizzarono alcuni aspetti della tecnica come «l'estrema sottigliezza... della preparazione» e l'uso dell'olio di lino nella mistura dei colori (ovvero nella mestica, in termini pittorici). In più venne raddrizzata la tavola stessa, di supporto al dipinto, che tendeva a curvarsi. Ma il restauro di questi giorni (che è costato il piano ferie al nucleo dei migliori restauratori dell'Istituto Superiore, proprio per consegnare il dipinto nei tempi previsti) ha veramente ripristinato una struttura originale. Spiega infatti Gisella Capponi, che ha assunto la guida dell'Istituto nel settembre 2009: «Il lavoro, posso affermarlo, è stato veramente puntualissimo. I restauratori si sono soprattutto impegnati a togliere di mezzo gli interventi di ridipintura ottocenteschi sulle numerose lacune della tavola. In quel periodo si tendeva a ridipingere con generosità, allargando quindi di molto l'area di intervento e sovrapponendosi troppo spesso al colore originario della mano di Nero. Di fatto le risarciture e le reintegrazioni avevano finito con il creare un grave danno alla complessiva leggibilità dell'opera. In più la verniciatura aveva ingiallito i toni cromatici». I restauratori hanno agito (armati di stereo-microscopio) con il Solvengel, un supportante di un solvente che permette al liquido di non penetrare troppo nella tavola consentendo così di asportare la pittura ottocentesca senza creare danni a quella di Piero della Francesca. Così sono riapparse le lacune. Ancora Gisella Capponi: «Ma stavolta abbiamo agito con leggerezza con l'acquarello operando a tratteggio e limitandoci, con estremo rigore, nell'ambito delle mancanze». L'aver cancellato la riverniciatura ha permesso di ritrovare anche il nitore del fascio di luce che appare dalla finestra. Di far riemergere i grigi, gli azzurri, i cilestrini, l'oro sparso nell'aria, il rosso del corallo, le vesti degli angeli e di rivederli nell'equilibrato sfolgorio voluto da Nero. Gisella Capponi è sicura che il restauro «permetterà nuove analisi critiche e soprattutto ora permetterà di studiare con maggiore profondità gli sfondi, dunque il mobilio, la stessa finestra. Sarà un po' come "riscoprire" la Madonna di Senigallia». Con la Madonna di Piero a Forlì verranno esposti altri due meravigliosi restauri, quelli del «San Marco Evangelista» e «San Marco Papa» proprio di Melozzo da Forlì, realizzati per la chiesa romana di San Marco in piazza Venezia. Un restauro molto difficile, diretto da Carla Raffaelli, visto il cattivo stato cromatico delle opere. Ma comunque molto efficace.
FORLÌ - La Madonna di Senigallia alla mostra su Melozzo da Forli dal 29 gennaio. Torna a splendere l'azzurro di Piero della Francesca.
La Madonna di Senigallia, un capolavoro del Rinascimento di Piero della Francesca, è stata restaurata dopo essere stata rubata nel 1975 e ritrovata nel 1976. Il restauro, affidato all'Istituto Superiore per il restauro, ha seguito le indicazioni di Cesare Brandi e Paolo e Laura Mora, che avevano già condotto indagini conoscitive sulla tecnica di Piero della Francesca. Il restauro ha ripristinato la struttura originale della tavola e ha eliminato gli interventi di ridipintura ottocenteschi. I restauratori hanno utilizzato un supportante di un solvente per asportare la pittura ottocentesca senza creare danni alla pittura originale.
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