Nel volume le ragioni che hanno portato ad un degrado crescente, nell'indifferenza della politica C'era attesa per questo nuovo libro di Salvatore Settis «Paesaggio, Costituzione, cemento». Non solo chi si occupa di tutela di beni culturali e di paesaggio (Settis direbbe di ciò che stava nelle due leggi del 1939 poi «costituzionalizzate ») ma chiunque sia un po' preoccupato della sorte dell'articolo 9 della Costituzione, prima o poi sarà grato a Settis per le sue ricerche e per la divulgazione che ne fa in modo molto generoso. C'è nel libro un resoconto accurato delle sollecitudini che hanno portato a benemeriti provvedimenti legislativi, dagli editti del camerlengo ai giorni nostri passando per le proposte di Benedetto Croce, e delle gravi reiterate trasgressioni che si vedono dappertutto in Italia. C'è in ogni pagina lo sdegno accumulato per una inammissibile quantità di rinunce, anche per interessi poco puliti, nella difesa del patrimonio culturale e paesaggistico del Paese. C'è il rammarico per la indifferenza della politica. Le manomissioni di luoghi sono talmente tante e in crescita costante che un elenco completo non sarebbe possibile, per necessità di continui aggiornamenti. Il libro merita una lettura accurata; una sintesi del contenuto sarebbe inadeguata e superficiale, data la quantità di argomenti proposti, la ricchezza dei riferimenti che consentono una visione della trama delle questioni. L'autore non è un giurista, ma i richiami al profilo tecnico-giuridico, centrale nella sua trattazione, sono molto approfonditi e comprensibili ai lettori grazie proprio alla differente formazione dell'autore («Ho osato varcare quasi in ogni pagina le frontiere delle mie competenze disciplinari»). Ognuno potrà fare una lettura specializzata, dedicarsi ad alcune parti del saggio, ma sarà impossibile non seguire l'autore nelle continue sollecitazioni a riappropriarsi del tema dal basso, con un richiamo etico nello sfondo, perché non si possono offendere i diritti delle generazioni future - afferma. Tutti capiranno, in questa temperie di celebrazioni dell'Italia unita e di ambigue derive federaliste, che l'idea dei costituenti sulla inscindibilià del paesaggio italiano è messa a repentaglio e rischia di essere travolta continuamente, nonostante la Corte (di recente con la sentenza 3672007), ripeta continuamente che il paesaggio incarna valori costituzionali «primari e assoluti», che sovrastano qualsiasi interesse economico. Per questo una parte del lavoro di Settis credo che meriti maggiore riguardo: il rapporto tra Stato e Regioni in tante circostanze analizzato, è in questo libro approfondito per gli aspetti specialissimi relativi alla tutela paesaggistica. Con una grande cura perché dai conflitti di competenze tra le istituzioni sono venuti gli impedimenti maggiori ad una efficace azione. Il tema del decentramento dei poteri (interessa molto la Sardegna che ha in programma la riscrittura dello Statuto) è spiegato con molta puntualità. Molti fatti si comprendono guardando retrospettivamente il processo che ha portato ad attribuire alle Regioni (a statuto speciale e ordinario) le competenze dell'urbanistica, del paesaggio, dei beni culturali producendo quella congerie di poteri delegati e trasferiti con maggiore o minore accondiscendenza. Restano nello sfondo le perplessità riguardo al modo con cui i poteri sono esercitati in periferia. Una riflessione amara appunto svolta a proposito del governo del territorio che sarebbe meglio quanto più vicino ai cittadini, secondo la versione consolidata. Settis ritiene che non si possa sottovalutare come la maggiore vicinanza del soggetto decisore a beni a rischio di manomissione, faccia crescere il rischio del voto di scambio in danno proprio della tutela paesaggistica. Una riflessione importante che non mancherà di sollevare il dibattito.