Nessunaltra parte di Napoli elenca un repertorio così ricco di paesaggi marini, urbani e collinari, di ardite opere dingegneria, di modifica della linea di costa Domani alle 18, alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri, la Fondazione Premio Napoli e la Metropolitana di Napoli presentano "Pizzofalcone e Le Mortelle", il settimo volume dellopera di Italo Ferraro, "Napoli. Atlante della città storica", pubblicato dalle Edizioni Oikos, in cui si descrive, in diciotto capitoli, la formazione della città, dalle origini fino alle trasformazioni dell800 e del '900. In occasione della presentazione del volume, visita virtuale, attraverso la proiezione di immagini, dellarea più antica di Napoli, dove si svolse ledizione 2009 del Premio Napoli. Con lautore intervengono , Gaetana Cantone, Silvio Perrella e Pasquale Persico. Con questo settimo volume dedicato a Pizzofalcone e alla zone de "Le Mortelle" ci si avvicina al provvisorio epilogo dell "Atlante della città storica" di Italo Ferraro. Come ottavo e ultimo è annunziato Chiaja e così tutta la Napoli che merita attenzione storiografica sarà stata raccontata e rappresentata. Ma non credo che lautore considererà conclusa la sua fatica, perché già sin dora egli ha in mente nuovi versanti di conoscenza su Napoli. Dunque, epilogo auspicabilmente provvisorio. Qui, lesordio è dedicato alla parte più antica di Napoli, Pizzofalcone con i suoi quasi tre millenni di vita a far data dalla colonizzazione dellisolotto di Megaride, per poi estendersi a raggiera alle aree di Piazza dei Martiri, le Mortelle, parte del Corso Vittorio Emanuele, Betlemme, Chiaja e lambire di nuovo Pizzofalcone con Santa Lucia e Chiatamone. Nessunaltra parte di Napoli contiene al suo interno tanta distanza temporale tra un edificio e laltro: basti pensare ai circa 25-26 secoli che separano sul promontorio di MontEchia i reperti archeologici della prima Napoli, Partenope, e ledificio degli anni Cinquanta di Davide Pacanowsky, ex Sip, oggi Università Parthenope. Nessunaltra parte di Napoli elenca un repertorio così ricco di paesaggi marini, urbani e collinari, di moderne e ardite opere dingegneria, di modifica della linea di costa: dalle "opere darte" del corso Vittorio Emanuele (così vengono definiti spesso, con pieno merito, ponti, viadotti e muri di contenimento), alle funicolari, al traforo di MontEchia con lo straordinario progetto strutturale di Michele Guadagno che sorregge letteralmente alcune parti di Palazzo Salerno con possenti telai in cemento armato, al rione Santa Lucia che ridisegna il profilo costiero con colmata a mare, conferendo carattere cittadino ad un vitalissimo quanto pittoresco ambiente marino incompatibile con il decoro della città borghese otto-novecentesca. Nessunaltra parte di Napoli è stata oggetto di tante proposte di rinnovamento urbano a partire dallOttocento (il collegamento Santa Lucia-acropoli di MontEchia è stato tra i temi progettuali più frequentati) e sede di alcuni scandali edilizi tra i più esecrabili: valgano per tutti la demolizione dellHotel Hassler con terrazzo e boschetto al Chiatamone e la costruzione del cosiddetto Palazzo dei Veterani conficcato negli anni Sessanta nel complesso di Santa Maria di Betlemme. Insomma, una parte speciale di Napoli, una sorta di area-palinsesto, con i suoi tanti episodi di nobiltà urbana ma anche di arrogante speculazione edilizia. Qui più che altrove, scrive Ferraro, si avverte il senso della «armonia perduta». Larmonia perduta, appunto. Di questo sentimento di nostalgia, anche la storiografia urbana si è fatta carico e talora riesce a trasmetterlo con pregnanza maggiore della parola stessa, perché usa limmagine come mezzo integrativo di espressione. Silvio Perrella ha definito Raffaele La Capria «il cartografo della bellezza perduta». Tutto lAtlante nel suo insieme si candida a divenire «la cartografia della bellezza perduta» perché la sequenza documentaria delle trasformazioni urbane e massimamente quella riferita a Pizzofalcone-Chiaia mostra in modo evidente la soccombenza estetica quasi costante del paesaggio urbano contemporaneo rispetto a quello dun passato prossimo. Vi sono molti modi di descrivere questa soccombenza estetica, e non solo estetica, del presente rispetto al passato, qui a Napoli. Scartata, perché non vera, la spietata invettiva di Guido Ceronetti nel suo "Un viaggio in Italia" («Napoli dappertutto terrificante»), accolta con riserva la riflessione di Pierpaolo Pasolini citata in epigrafe al presente volume (i napoletani, «una grande tribù che ha deciso di estinguersi»), forse la spiegazione più convincente va ricercata in ambiti non letterari ma disciplinari. Scrivendo che a Napoli «larchitettura e lurbanistica moderne hanno mostrato la loro inettitudine culturale urbana», Italo Ferraro si avvicina alla migliore verità possibile.