In tempi di tagli alla cultura e di conseguenti polemiche, un nuovo, grande e bel museo che apre è una notizia importante. Dopo il Maxxi e il Macro a Roma, Milano ha inaugurato il Museo del Novecento, progettato da Italo Rota in una sede altamente simbolica quale l'Arengario. La città ha risposto con un entusiasmo sorprendente per la sua proverbiale freddezza, determinato - credo - non solo dalla bellezza del risultato, ma soprattutto dall'importanza delle proprie collezioni, che essa ignorava perfino di possedere. Le ricchissime raccolte civiche del Novecento, infatti, per anni erano state esposte (si fa per dire) in una sorta di mezzanino di Palazzo Reale, talmente lugubre da distogliere da qualunque velleità di visita e da affrancare da qualunque rischio di emozione. Con un museo di livello finalmente europeo, Milano ha riacquistato orgoglio e senso di appartenenza; ha riscoperto se stessa; ha verificato che il degrado non è un destino ineluttabile. Benché abbia svolto qualche ruolo nella realizzazione di questo museo, non ho imbarazzo a sottolineare che questa è politica culturale. L'Italia ha bisogno di meno mostre e di musei meglio tenuti; di meno spettacoli e di spettacoli più accessibili; di meno notti bianche e di meno bilanci culturali in rosso. In fondo, è così che si fa nelle grandi città del mondo: grande attenzione per la sostanza, cioè per le istituzioni culturali che qualificano una comunità e la proiettano nel mondo, e meno per la fuffa, ossia per l'effimero, soprattutto in tempi di vacche magre. Da noi, tutelare un muro a Pompei dovrebbe valere più che arrabattarsi per una mediocre festa popolare: ma questa è la differenza che passa tra politica culturale e ricerca del consenso.