Da David a Füssli, al Louvre una grande mostra sul Neoclassicismo Fumaroli spiega limportanza della "scoperta" di Pompei e Ercolano molti anni sono passati dalla mostra londinese del 1972, The Age of Neoclassicism, 1912 opere esposte. (Sì, 1912! non è un errore di battitura). Molti di noi incontrarono allora, sulla scia degli studi di Robert Rosenblum che dellesposizione era il regista segreto, un Settecento iridescente e problematico, neoclassico e sublime, meticciato nella trama degli incontri, dove il passato era letto come profezia di una cultura possibile, quasi uno spazio di felicità. Antichità come futuro. Su quellantichità, polifonica e vitale, il Louvre ha costruito una mostra importante. Il manifesto è bellissimo: Psiche dagli occhi velati di pianto, gracile e diafana contro lazzurro non finito del cielo, capolavoro sconosciuto di David. Dunque una mostra importante, il cui tracciato porta la firma di Marc Fumaroli e Henri Loyrette, président-directeur del museo (LAntiquité rêvée, fino al 14 febbraio; poi a Houston, Museum of Fine Arts). In controtendenza rispetto alle esposizioni monografiche di tradizione parigina, questo spaccato di Settecento punta alla restituzione di un intero mondo. 157 pitture e sculture, messe in scena con eleganza da Richard Peduzzi, raccontano "innovazioni e resistenze" disegnando una storia del Neoclassico disarticolata e ipertestuale, aperta, non regolata da una partitura. Si vorrebbe dare voce a ogni attore. Ma è difficile stringere in poche sale la densità e diversità degli studi che, drenando lEuropa intera, hanno cambiato la conoscenza del XVIII secolo in questi ultimi quarantanni, da Roma alla Scandinavia, dallInghilterra a Parigi a Dresda. Scegliere un taglio determinato sarebbe stato forse più funzionale. In realtà, come spiega il gran saggio di Fumaroli, il paradosso è che nel secolo dei Lumi e della Modernità, il punto di non ritorno è stata lemersione del passato, la resurrezione di Ercolano e Pompei, quando i fantasmi delle città sepolte dal Vesuvio nel 79 d. C. e riportate in luce dagli scavi, riversarono lantichità dal chiuso delle accademie nel romanzesco della vita. Limpatto fu travolgente. Le fonti ricordano leccitazione di Piranesi che "aveva escogitato di cuocere la domenica una caldaia di riso che potesse bastare per tutta la settimana" affinché il suo "cervello esaltato" potesse correre dalle biblioteche ai ruderi senza perdere un solo minuto. A Roma infatti (di rimbalzo da Napoli), 130 furono le campagne di scavo avviate in soli cinque anni! Ma il gran teatro di Roma resta un po in ombra alla mostra. Daccordo, gli artefici di questa lingua nuovissima, distillata e mentale, non sono più a quelle date italiani - da David a Füssli, da Flaxman a Thomas Banks a Sergel (fanno eccezione Piranesi e Canova) - ma la scena dove tutto deflagra è pur sempre la scena romana. È qui che lantico, niente affatto neutrale, si declina nelle mille variabili che stanno fra la conoscenza del passato e la sua rifrazione al presente. È nel gran teatro di Roma che la trionfale affermazione della Luce e del Classico apre un varco allirrazionale e alle tenebre, perché la perfezione dellantico, oltre che mito rassicurante e positivo, poteva essere presenza perturbante e inattingibile. Allorigine di un sentimento sublime, frustrante, anticlassico. Gli squarci emozionanti della mostra vanno tutti in questa direzione: il pianto temporalesco di re Lear sul corpo invertebrato di Cordelia (il dipinto è dellinglese James Barry, 1774); la caduta rovinosa di un Titano nella prospettiva ribaltata di Thomas Banks, un marmo del 1786 che nessuna scultura di Rodin potrà mai eguagliare; la fluidità degli acquerelli dilavati di Flaxman che, mescolando il gotico e lantico, saldava il misticismo medievale alla pittura vascolare dei Greci. Sto cercando di evocare le potenzialità contrastanti di quel "mondo di ieri", un mondo di rapinosa bellezza, solare e pieno di ombre, algido e passionale che, in contrasto agli ampi orizzonti del saggio di Fumaroli, i curatori hanno stretto nel format riduttivo delle correnti. Perdendo così, nella sequenza disciplinata degli stili, quei tempi di smarrimento e di giocosa euforia che furono le prime risposte alla presenza invasiva dellantichità. Quando con larcheologia si poteva sognare (vedi leccentrico cardinale Albani, che la stele antica di Antinoo incastrava in una moderna cornice Louis Seize) e addirittura si poteva giocare, quasi fosse un meccano di basamenti e colonne da assemblare con ironia nella Mascarade à la grecque dellarchitetto Petitot. Quando lantico si prestava a contaminazioni azzardate, prima che la filologia attribuisse al frammento antiquario quel carattere esemplare e inviolabile che gli ha riservato un destino di fossile. Dando ragione al paradosso di Diderot per cui conoscenza è, a volte, prigione: "Gli antichi avevano su di noi un vantaggio les Anciens navaient pas dantique!".