Sono come liquidi di diversa densità all'interno di uno stesso contenitore: sempre sul punto di mescolarsi, sempre e comunque distinti. Sono il popolo, anzi: i popoli dei megastore, una parola che sembra escogitata apposta per fare dispetto ai puristi, ma che va presa per quello che è. Esattamente come vanno presi così come sono, con pregi e difetti, questi negozi giganteschi in cui si trova di tutto, dall'ultimo best seller di Crichton al disco postumo di Gaber. A patto, si capisce, di volersi districare in un percorso tra fotocamere digitali, film in videocassetta o dvd e computer portatili. Gli ottimisti dicono che i megastore - finora meno di dieci in tutta Italia- rivoluzioneranno i nostri consumi culturali, favorendo la nascita di un nuovo tipo di pubblico. I pessimisti lanciano l'allarme per le piccole e medie librerie, destinate a non reggere l'onda d'urto di queste corazzate dell'intrattenimento assortito. Per ora, di sicuro c'è soltanto che un salto al megastore è un bel giro di giostra. Per accorgetene non c'è piazza migliore di Milano, la città dove la concorrenza è più agguerrita. Ha aperto le ostilità Mondadori, che nel 2000 ha inaugurato in via Marghera (zona non centralissima, ma di forte tradizione alto-borghese) un Multicenter disposto su diversi piani, con molto spazio per libri e dischi e moltissimo per l'informatica, comprese le postazioni Internet collocate nei pressi del bar interno, altro ingrediente indispensabile di questo format merceologico. Mondadori, si disse allora, giocava d'anticipo sull'arrivo di Fnac, il colosso francese dei megastore sbarcato in via Torino, a due passi dal Duomo, nell'autunno dello stesso anno. Vero, ma vero anche che la casa di Segrate era stata la prima, sul finire degli anni Ottanta, a sperimentare le possibilità di un nuovo tipo di negozio nel quale i libri convivessero con i dischi e le videocassette (altri tempi: i cd erano agli albori, i dvd un miraggio). Caffè compreso, anche in questo caso. L'esperimento si chiamava Biblioteq, vetrine affacciate su Cordusio, vita breve ma gloriosa. Ma i tempi, forse, non erano maturi. Anche la trasformazione in megastore delle Messaggerie Musicali di Galleria del Corso e, non a caso, molto più recente della fugace avventura di Biblioteq. Che oggi la situazione sia profondamente cambiata lo dimostra la strategia del gruppo Feltrinelli che, dopo aver abbandonato il campo ancora incerto del commercio via Internet (il portale Zivago, trionfalmente lanciato, è stato rapidamente chiuso), ha deciso di giocare duro sul terreno dei megastore. Con oltre sessanta punti vendita disseminati su tutto il territorio nazionale, Feltrinelli può vantare in questo momento il più articolato sistema di distribuzione del panorama italiano, rafforzatosi negli ultimi anni con l'acquisizione dei negozi musicali Ricordi e delle librerie Rizzoli. Prima di puntare su Milano (dove, nel giro di pochi mesi, sono stati aperti due megastore targati "La Feltrinelli Libri e Musica": uno in corso Buenos Aires, l'altro in piazza Piemonte, a neppure cinque minuti di strada da via Marghera), però, gli eredi di Giangiacomo hanno voluto allestire a Napoli, in piazza dei Martiri, un megastore davvero imponente. Si è disegnato così un singolare asse Nord-Sud che, per adesso, esclude Roma. Nella capitale, infatti, ci sono molte librerie, e molto grandi, ma non ancora un negozio che assomiglia quelli che nel frattempo l'attivissima Fnac ha varato a Torino, Genova e Verona. Il problema dei megastore, però, è sempre lo stesso: la presenza contemporanea di clientele diverse che, in apparenza, evitano di dialogare tra di loro. Pochi dei giovanotti che si fermano a smanettare su computer e playstation ai piani inferiori della Fnac di via Torino, per esempio, lasciano che la scala mobile li trascini fino in cima al negozo, dove ha sede il fornitissimo reparto libri. E, viceversa, quasi nessuno tra i bibliofili che lì, al secondo piano, cercano novità italiane e testi di catalogo in francese, degna di uno sguardo il pur allettante assortimento di videogame messo a disposizione degli appassionati. Una divisione che appare evidente perfino nel piano dedicato alla musica, dove un confine invisibile separa cultori della classica e patiti del rock, intenditori di etnica e fanatici del jazz. Interessi diversi, vasi non comunicanti. Con almeno un'eccezione: i bambini, che spesso trascinano i genitori inveri e propri tour de force alla ricerca delle varie versioni - facciamo il caso - delle imprese di Harry Potter. Va bene il libro, va benissimo il Dvd, meglio ancora il videogioco. Per loro il megastore non è un negozio. È, davvero, un bel giro di giostra.