Non so se la parola "cerchiobottista" sia già registrata nei vocabolari. Ma questa metafora, che viene dalle profondità di un'Italia rurale e vinicola, pare singolarmente adatta a descrivere situazioni e processi dell'Italia di oggi, tecnologica e devoluzionista. Un bell'esempio è la legge-delega sull'ambiente, approvata dal Senato lo scorso 14 ottobre con pesanti emendamenti, e ora alla Camera. Il comma 32 dello sterminato articolo unico, imposto dal governo con il voto di fiducia, inveisce contro «il grave pregiudizio arrecato al paesaggio da vasti interventi di lottizzazioni abusiva realizzati in località Punta Perotti nel comune di Bari», e ne intima la demolizione minacciando l'intervento dell' esercito. Voltiamo pagina, e i commi 36 e 37 prescrivono un vasto intervento di sanatoria di ogni possibile illecito paesaggistico, anche i più gravi, in tutto il territorio nazionale. Chi parla di "cerchio-bottisti" sbaglia dunque i conti, la realtà è ben diversa: un colpo al cerchio della difesa del paesaggio (la demolizione degli ecomostri di Punta Perotti), mille colpi alla botte della devastazione del paesaggio italiano. Non guasta, per capire i termini della questione, un piccolo flashback. L'iter della legge-delega sull'ambiente comincia più di due anni fa (la prima versione fu approvata dalla Camera il 2 ottobre 2002). Presentato dal ministro dell'Ambiente, Matteoli, di concerto con altri dieci ministri (Tremonti, Lunardi, Castelli, Moratti, Frattini, Buttiglione, Marzano, Alemanno, Stanca, La Loggia), il disegno di legge diventò presto il contenitore di selvaggi attacchi al paesaggio. Il 15 ottobre 2003, la Camera vi apportò un perverso emendamento, che prevede la totale depenalizzazione di ogni illecito penale in materia paesaggistica, per lavori compiuti non solo in difformità ma in assenza di autorizzazione, e senza alcun limite di volumetria o di superficie. Insomma, l'abusivismo vandalico consacrato da una legge della Repubblica. Non mancarono allora le reazioni. Un appello pubblicato sui principali quotidiani nazionali dichiarava che quell'emendamento «rappresenta una gravissima minaccia all'integrità del paesaggio italiano, patrimonio comune dei cittadini e dell'umanità, nonché elemento costitutivo dell'identità nazionale, violando in modo flagrante l'art. 9 della Costituzione dellaRepubblica».Frai firmatari figuravano pericolosi estremisti come Susanna Agnelli, Giulia Crespi (presidente del FAI), Desi-deria Pasolini dall'Onda (presidente di Italia Nostra), Gae Aulenti, Claudio Abbado, Giorgio Armani, Riccardo Chiaberge, Ferruccio De Bortoli, Franzo Grande Stevens, Renato Mannheimer, Riccardo Muti, Leopoldo Pirelli, Granfranco Ravasi, Franco Maria Ricci, Cesare Romiti, Fabio Roversi Monaco. Vi si citava un discorso, proprio di quei giorni, del Presidente Ciampi, in cui si ricordava agli italiani che «difendere il nostro straordinario patrimonio dall'aggressione degli egoismi, dalla speculazione, dall'abbandono significa custodire la nostra identità nazionale, che si fonda sulla bellezza in un paesaggio indissolubilmente intrecciato con l'opera dell'uomo». Lo scellerato emendamento fu ritirato al Senato, generando molti sospiri di sollievo e qualche illusione. Ad un anno esatto (ottobre è mese fatale per questo disegno di legge), i ruoli s'invertono ma la musica non cambia: stavolta è l'aula del Senato che il governo ha scelto per rilanciare la vandalica aggressione alla Costituzione e al paesaggio italiano. Torna la sanatoria generalizzata di tutti gli abusi sul paesaggio perpetrati entro il 30 settembre 2004, senza limite di volumetria o superficie, peggiorando enormemente le pur pessime norme del condono edilizio del 2003, che almeno stabilivano qualche limite di volumetria per gli abusi condonabili. Invano la Corte Costituzionale ha ripetutamente ammonito che il condono, di per sé incostituzionale, può non esserlo solo in virtù della sua eccezionalità e con riferimento a situazioni contingenti e non ripetibili. Calpestando l'art. 9 della Costituzione e capovolgendo le indicazioni della Corte, al condono 2003 (ancora in regime di proroga) si aggiunge ora un super-con-dono insediato (oltre al danno, le beffe) in una legge sull'ambiente. Da un ottobre all'altro, dunque, non c'è stata tregua, ma solo una manovra dilatoria, una pausa tattica, tanto da consentire agli abusivi (inclusi quelli con incarichi di governo) di intensificare i propri assalti al paesaggio italiano, in vista di una nuova e più permissiva scadenza dei termini. Questo annunciato regalo (o auto-regalo) agli abusivi ha un'aggravante. Esso interviene a modificare l'art. 181 del Codice dei Beni Culturali, che questo stesso governo approvò il 22 gennaio 2004 ed è in vigore solo dallo scorso maggio. Il ministro Urbani ebbe ragione allora di vantarsi che il codice che porta il suo nome contiene il divieto di ogni autorizzazione paesaggistica in sanatoria. Egli ha ripetuto il suo vanto in un libro-intervista a cura di Paolo Conti, pubblicato poche settimane fa da Rizzoli: «Quella [contro la sanatoria]è una bella battaglia vinta. Il diessino Giovanelli mi ha ringraziato se il pericolo è stato sventato. Sarebbe stato inaccettabile veder vanificare il lavoro sul Codice! Sarebbe stato impensabile arrivare a una difesa legalizzata di centinaia di abusi» (Un liberale alla cultura, pag. 74). Ma di che cosa può vantarsi Urbani, ora che quella norma è stata non stravolta, ma stracciata e capovolta? Ora che l'"inaccettabile" e l'"impensabile" sta diventando legge per volontà del governo di cui egli fa parte? Urbani non figura (suppongo, non a caso) fra i ministri che firmano con Matteoli la legge sull'ambiente:ma è corretto, politicamente e istituzionalmente, che il Codice dei Beni Culturali venga radicalmente modificato contro la volontà del ministro competente? Questa vicenda (compresi, ahimé, gli imbarazzati silenzi di Urbani) getta una luce sinistra sul futuro dei beni culturali in Italia. Nel Codice (ne ho scritto più volte in questo giornale) ci sono alcune norme più che discutibili (come il silenzio-assenso), ma in un impianto complessivamente accettabile. Ma se ora è stato vandalizzato l'art. 181, che cosa impedisce che domani tutte le norme di garanzia e di tutela presenti nel Codice vengano smontate, cancellate, capovolte a una a una? Oltre che criticare il Codice per qualche errore che contiene, non dovremmo forse ergerci a difenderlo, come fosse l'ultimo baluardo prima della débàcle finale della tutela, del saccheggio indiscriminato dell'Italia? Come se non bastasse, c'è un aspetto di questa vicenda ancor peggiore, an-cor più preoccupante. La legge sull'ambiente, nella sua forma attuale, è palesemente anticostituzionale: basti dire che, mentre l'art. 9 della Costituzione prescrive una tutela rafforzata per i paesaggi sottoposti a vincolo, con la nuova legge i beni paesaggistici sono meno, e non più, tutelati delle aree non vincolate. In queste ultime, infatti, vige pur sempre un limite volumetrico agli abusi condonabili, mentre nelle aree vincolate tutto, proprio tutto è condonabile, senza alcun limite (perché, allora, non anche gli ecomostri di Punta Perotti?). Questa ed altre considerazioni (rafforzate da una giurisprudenza costituzionale assolutamente univoca) rendono certi che la violazione della Costituzione contenuta nello sciagurato emendamento non è frutto di incompetenza o distrazione, bensì di un calcolo deliberato. Non c'è alcun dubbio che la Corte, quando (sulla base di un qualche contenzioso) sarà chiamata a pronunciarsi su questa legge, dovrà dichiararne l'incostituzionalità: ma approvarla adesso ha per questi vandali senza scrupolo l'evidente vantaggio di consolidare un fatto compiuto, che sarà difficilissimo cancellare negli anni a venire, anche dopo l'inevitabile (ma necessariamente tardiva) sentenza di incostituzionalità; ma anche di creare un precedente, incoraggiando nuovi abusivismi in attesa di nuovi inevitabili condoni. Tanto più che, in barba alla Costituzione e al Codice, gli organi statali di tutela (le Soprintendenze) non hanno, secondo questa legge, alcun potere d'intervento: il fondamentale presidio di salvaguardia offerto dalla stessa esistenza di poteri pubblici concorrenti viene così cancellato con uno sberleffo. Si restringe ulteriormente lo spazio d'azione delle Soprintendenze territoriali, già ridotto dalla loro subordinazione burocratica a Direzioni regionali predestinate a fungere da camera di compensazione fra le pressioni politiche degli enti locali e una concezione tecnico-scientifica della tutela, in continua ritirata (non a caso Leopoldo Elia ha sollevato e con successo, un'eccezione di incostituzionalità sulla nuova struttura ministeriale). Bruno Zanardi ha dimostrato, sul Sole-24 ore, chele Soprintendenze regionali furono proposte molti anni fa da Giovanni Urbani(nessuna parentela col ministro), il grande direttore dell'Istituto Centrale per il Restauro, come l'organo di una conservazione programmata e integrata del patrimonio, del paesaggio e dell'ambiente. La deriva a cui assistiamo trasformerà i direttori generali appena nominati in spettatori o compiici di una devastazione programmata? Un colpo al cerchio, mille (anzi centomila) alla botte. Ma così (in quell'Italia rurale e vinicola lo sapevano proprio tutti) la botte si sfascia. Si sfascia la Costituzione, aggirata e vilipesa da miserevoli espedienti che si mascherano dietro la maestà della legge; si sfascia il paesaggio italiano, la stessa nostra identità nazionale che (celo ricorda con nobile insistenza il magistero del Capo dello Stato) si fonda in modo prioritario sui valori dell'art. 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».