Attilio Celant Preside facoltà di Economia -Università lo Sapienza di Roma Turismo. Dopo Roma altre città vorranno introdurre la tassa di soggiorno. Ma serve una strategia-paese Agli albergatori romani la reintroduzione della tassa di soggiorno non è proprio andata giù. Quel balzello di tre e due euro per persona a notte a seconda della categoria dell'albergo, da far pagare ai turisti della Città Eterna, ha mandato per traverso il cenone di Capodanno di molti imprenditori. Un cenone, peraltro, già abbastanza magro in conseguenza dell'andamento di un anno, il 2010, piuttosto difficile. Se è vero che la quantità dei visitatori e le presenze complessive hanno marcato un certo recupero, il fatturato degli alberghi è continuato a scendere, a conferma che la strategia per il contenimento della crisi nel turismo ha continuato a privilegiare la politica dei prezzi. Una scelta sulla quale si può discutere; è, però, quella attuata e non c'è che da prenderne atto. Si capiscono quindi le ragioni del disappunto, che non si limita ai bassi introiti, in quanto emerge con forte evidenza una marcata discrasia fra operatori del settore, associazioni di categoria da una parte e responsabili della cosa pubblica dall'altra. Né è valso a rendere più digeribile il boccone la considerazione che i preventivati introiti (fra i 60 e gli 80 milioni di euro l'anno, considerando che a Roma nel 2010 le presenze dei turisti, cioè le notti di soggiorno, hanno sfiorato i 26,5milioni) andranno a coprire parte del buco del bilancio capitolino. E la vicenda merita alcune considerazioni. La prima: emerge, innanzitutto, come fra politica di bilancio e rilancio produttivo continui a prevalere la linea deflazionista. È una scelta che nel breve periodo, e come misura temporanea, può essere condivisa ma, una volta o l'altra, una strategia per far crescere in modo significativo il pil comunale deve pur essere messa in campo. Solo con la creazione di nuova ricchezza saranno avviati a soluzione i problemi dei conti comunali e di quelli del Paese. Questa poteva essere considerata una buona occasione per potenziare la strategia di sviluppo turistico di Roma Capitale già delineata dal vicesindaco con delega al Turismo Mauro Cutrufo. A meno che, (secondo punto rilevante), sulle risorse drenate attraverso la tassa non venga introdotto un vincolo di destinazione rivolto alla promozione e al potenziamento del settore. Terzo aspetto: in un momento di bassa produttività, di capacità competitive in declino, l'introduzione di altri balzelli può avere conseguenze negative sulla domanda e diluire la ripresa. Infatti, ogni aumento di prezzo dei servizi dovrebbe almeno accompagnarsi un incremento di produttività e di qualità dell'offerta. Questo non solo non si realizza, ma accade che, purtroppo non di rado, l'aumento della tassazione venga accompagnato da altri, ingiustificati, aumenti di prezzi. In situazioni critiche come quelle attuali, stressare il mercato rischia di avere effetti negativi, ad esempio sull'immagine internazionale. E appare sempre più lontana l'idea di un disegno complessivo e unitario dell'imposizione locale. Aggiungo poi che la tassa di soggiorno dovrebbe avere una base impositiva molto più ampia e non essere limitata alle strutture ricettive e poco altro. Non tarderà a manifestarsi l'idea di allargare ad altre importanti città turistiche, penso a Firenze, Napoli, Venezia per citare i casi più emblematici, la tassa di soggiorno: è una ipotesi da sconsigliare vivamente in quanto sarebbe un ulteriore attacco alle già ridotte capacità competitive del sistema turistico italiano. A meno di investire parte di queste risorse in una vera politica di promozione turistica, partendo dalla riforma dell'Enit e delle funzioni da esso svolte.
Subito la riforma dell'Enit
Il presidente della facoltà di Economia dell'Università "Lo Sapienza" di Roma, Attilio Celant, ha espresso il disappunto degli albergatori romani per la reintroduzione della tassa di soggiorno. La tassa, introdotta per coprire il deficit del bilancio comunale, ha mandato per traverso il cenone di Capodanno di molti imprenditori. La scelta di privare il turismo di una parte del suo fatturato è considerata una scelta deflazionista che potrebbe avere conseguenze negative sulla domanda e diluire la ripresa. La tassa dovrebbe avere una base impositiva più ampia e non essere limitata alle strutture ricettive.
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