Massimiliano Finazzer Flory è Assessore alla Cultura del Comune di Milano Quel Dito in Piazza Affari non è provocazione ma un inno alla libertà Il passato dis-allineamento tra la Milano economica e finanziaria e la Milano culturale ha frenato per troppo tempo lo sviluppo organico di questa città. E non solo di essa ma anche del Paese. Del resto è difficile credere a una radicale contrapposizione tra economia e cultura perché quest'ultima è una forma di economia seppure alternativa perché ha al centro l'uomo e i suoi rapporti simbolici. Peraltro il dis-allineamento di cui Milano ha sofferto e che paradigmaticamente ha rappresentato la sofferenza del Paese è legato a una chiave di lettura sbagliata in ordine al rapporto tra una certa economia aperta alla competizione e una certa cultura chiusa in se stessa, poco incline ai valori liberali. Questa storia ora appare superata perché Milano ha in sé un antidoto che è quello di credere al progresso senza il progressismo. alla storia senza lo storicismo. in altre parole alle idee senza le ideologie. Un terreno privilegiato per porre questa questione è l'arte contemporanea. Qui curatori, critici, artisti. galleristi e collezionisti così come istituzioni pubbliche. riviste e case d'aste riconoscono non solo la possibilità ma anche la necessità di un'arte che, pur confrontandosi con il mercato. non sia subordinata a esso, e al tempo stesso non rimanga vittima o portavoce di questa o quella esclusiva politica culturale o peggio cultura politica. Dunque un'arte critica e autocritica nei confronti del proprio tempo. In questo quadro di interessi diversificati e di valori mobili si deve inserire una breve riflessione seppure motivata sulla presenza del cosiddetto Dito di Maurizio Cattelan, opera monumentale contro e in memoria di tutte le ideologie collettive. Opera che è bene ricordare ha un titolo L.O.V.E.; il cui acronimo mette a confronto quattro parole cariche di energia: libertà, odio, vendetta, eternità. Questo L.O.V.E. doveva rinviare come un'allegoria al bisogno di un «amore costruito lottando per la libertà, sconfiggendo l'odio, dimenticando la vendetta e immaginando l'eternità». Non può e non deve scandalizzare che l'opera, mettendo in gioco diversi livelli di interpretazione (psicologica, concettuale e culturale, politica e sociale) causi e offra punti di vista diversi e perché no? tra loro in conflitto. Non è forse questo il senso autentico dello statuto ontologico di qualsiasi opera d'arte contemporanea? Del resto in tutte le opere d'arte contemporanea tale statuto oscilla tra il vero e il verosimile, tra il già detto e il non ancora detto. E in una società dell'immagine come la nostra certi artisti, e tra questi Cattelan, si interrogano precisamente, come ha ben scritto Francesco Bonami, sui modi in cui un'immagine riesce a produrre il proprio contesto sociale e quindi una diversa storia che pub essere definita da differenti giudizi. Dunque sarebbe davvero difficile assegnare a L.O.V.E, meglio noto come il Dito di Cattelan, un significato univoco. In fondo che cosa sono le ideologie se non il tentativo di imporre un'unica spiegazione alle cose in nome di una verità che si vuole assoluta? Ecco appare, allora. curioso che questa operazione, di cui mi assumo la responsabilità, non sia stata colta in ciò che essa è: il tentativo di smascherare un insieme di pregiudizi e stereotipi che in noi permane e con cui misuriamo le cose. Come dire: volevamo parlare di ideologie e il dibattito ha assunto una piega ideologica. Così facendo cadiamo in un errore epistemologico che già Michel Foucault denunciava nelle sue famose lezioni americane, affrontando il rapporto fra discorso e verità. Dire quello che pensiamo ed essere coerenti significa soltanto essere sinceri, ma la sincerità umana ha a che fare con l'ambiguità. Perché noi siamo ambigui. Larga parte della cultura umanistica ha trasformato questa ambiguità in contraddizioni a cui assegnare attraverso l'arte un destino ricco di domande, interrogazioni, inquietudini. Mi piacerebbe pensare- che questo sia il campo da gioco su cui ci siamo trovati quando L.O.V.E. e Piazza Affari si sono incontrati. Personalmente (ma forse l'artista ha un'opinione diversa ed è legittimo che sia così), quel dito rappresenta una mano mozzata, una mano che il Novecento ha visto levata nel saluto nazionalsocialista, fascista e non dimentichiamo comunista, e fino a poco tempo fa nel segno delle p38 del terrorismo. Sono queste le autorità del male dentro di noi e vanno affrontate con gli stessi principi e mezzi in cui hanno creduto coloro che volevano attraverso il libero mercato pluralismo, trasparenza, competizione, lotta ai monopoli, in altri termini, i diritti civili a cui assegnare un'effettiva possibilità di scelta. Posta così, mi rendo conto, è un'altra opera, ma forse anche un'altra società in cui Popper, Hayek, Sturzo. Einaudi non sarebbero pericolosi anticonformisti.